Mi ricordavano Praga. La stessa malinconia. Mentre
camminavo, il suono dei loro violini mi giungeva alle orecchie sempre più
lontano. Erano anni che non ascoltavo una melodia tanto perfetta e triste. In
quel momento, mi accorsi di non avere lasciato nemmeno una moneta nelle
custodie dei loro strumenti.
Mi fermai un
istante, davanti al negozio di saponi che riempiva la strada del solito odore
dolciastro. Ma non tornai indietro. Ripresi subito a camminare verso casa. A
poco a poco, le note dei violini si dissolsero nell’aria, e tutto ciò che ne
restò fu un fievole ricordo, che altrettanto rapidamente si cancellò dalla mia
testa, lasciando spazio ad altri pensieri.
Ero rincasata da qualche ora, le lancette
dell’orologio sulla scrivania segnavano le undici. Ancora un’ora, prima che
quell’inutile giornata finisse. Guardavo la strada, seduta sul davanzale della
finestra, lasciando che il vento freddo mi percuotesse il volto. Prima o poi mi
sarei abituata.
Sotto non c’era traccia del via vai che di
giorno affollava la sede del Dams, proprio di fronte il palazzo in cui vivevo.
Era domenica. Una stupida, insulsa domenica. Solo un giorno crudele. Non avevo
mai niente da fare, la domenica. Specialmente da quando era iniziato il liceo.
La domenica ero costretta a restare chiusa in una casa in cui normalmente non
riuscivo a resistere più di poche ore al giorno. A nulla serviva chiudermi in
camera per leggere o giocare al computer: il rock commerciale di Paola, mia
sorella maggiore, penetrava come un virus inarrestabile attraverso la porta
chiusa a chiave, mescolandosi alle voci dei miei e al suono metallico della
tv. Ma dovevo ritenermi fortunata se a
quel mix non si aggiungevano le proteste di qualcuno che insidiava la mia
tranquillità per i motivi più insulsi. Mia madre mi ordinava di studiare, mio
padre mi intimava di sistemare la mia camera.
A fare da colonna sonora di quelle disposizioni erano sempre le urla dei Guttermouth che lo stereo di mia sorella continuava a sputare fuori a tutto volume. Ma su quel tipo di musica, nessuno in casa trovava mai nulla da ridire. Del resto, se c’era qualcuno con cui prendersela, lì dentro, quella ero io. Non c’era giorno in cui non contassi le ore che mancavano a mezzanotte.
Gettavo via ore ed ore stesa sul letto,
tenendo tra le mani un libro senza che la pagina davanti ai miei occhi cambiasse mai.
Di studiare, naturalmente, non se ne
parlava. Non avevo cominciato bene l’anno, avevo scelto di iscrivermi al liceo
spinta dai miei. Era la scuola che avevano frequentato tutti in casa. Però
avevo già collezionato un paio di quattro in matematica. Quel giorno, poi, il
senso di angoscia si era fatto più opprimente del solito. Appena sveglia, le
solite voci, il solito rumore, la solita sensazione che il tempo si fosse
fermato all’improvviso intorno a me.
Ma quella volta non l’avrei accettato. E
così, senza neanche pensarci su un momento, subito dopo mangiato, avevo
infilato nella borsetta l’ultimo numero di Glass No Kamen e l’Architetto ed ero
uscita di casa. <<Faccio un giro con Claudia!>> Avevo detto ai
miei, e all’improvviso mi ero trovata fuori, nella strada vuota, senza una
destinazione precisa. Avevo passato il pomeriggio davanti a San Petronio,
leggendo e rileggendo il mio manga, immergendomi negli splendidi lineamenti dei
personaggi di Suzue Michi e cercando di cogliere quei tratti copiandoli
sull’Architetto. Ripensandoci, seduta sul davanzale, mi sentivo serena come non
lo ero più da tanto, troppo tempo.
2
Quando non volevo pensare, passavo lunghe
giornate davanti al computer a giocare ai draghi. Chiamavo così Bubble
Bobble, il videogame che mi faceva compagnia da quando ero piccola. Si
passava di livello in livello manovrando un draghetto verde che intrappolava i
nemici dentro a bolle colorate soffiate fuori dalla bocca. Quando si inseriva
un secondo giocatore, un drago azzurro si materializzava per dare man forte
all’amico contro gli avversari: robot e mostri d’ogni tipo. Ma erano secoli che
Paola non giocava con me. D’altronde preferivo stare sola davanti allo schermo.
Sarebbe stato più corretto, dunque, pensare
che stessi giocando <<al drago>> più che <<ai draghi>>.
Ma continuavo a chiamare così il videogioco che mi faceva compagnia da tanti
anni, talmente tanti che quasi non ricordavo com’era cominciata la mia piccola
ossessione. Il primo ricordo che avevo, pensandoci, era l’immagine delle mie
piccole dita sulla consolle di un bar di Praga, accanto a quelle di un
ragazzino. Non sapevo chi fosse, non ricordavo nulla di lui. Se provavo a
concentrarmi, il suo viso mi sfuggiva. Sapevo solo che era più grande di me,
forse ci eravamo conosciuti in quel bar. Anche di quel viaggio ricordavo
pochissimo. I miei genitori si erano conosciuti a Praga. Mio padre era
cresciuto in un piccolo paese della Repubblica Ceca e mia madre lo aveva
conosciuto durante uno stage. Avevano trascorso i primi tempi nella capitale e
quando era nata Paola si erano trasferiti in Italia, dove avevano trovato
lavoro. A Praga continuavano a tornare di tanto in tanto, per trovare i nonni.
Paola ed io li aspettavamo a casa. Solo una volta, quando eravamo ancora
bambine, ci avevano portato con loro.
Di tanto in tanto, i frammenti di
quell’inserto di infanzia lontana – l’arredamento del bar, le mie dita, il
volto inesistente del ragazzino che giocava vicino a me – tornavano a galla
inspiegabilmente, spingendo per uscire fuori.
Quei giorni, erano giorni che avrei dovuto
trascorrere dormendo. O forse no.
Perché fu uno di quei giorni che lo vidi.
Non avevo voglia di studiare. Ero a corto
di fumetti. I draghi mi avevano provocato una leggera emicrania. Non aveva
importanza. Avrei trovato qualcosa da fare.
Dissi di nuovo ai miei che andavo con
Claudia, la mia nuova compagna di banco, a fare due passi e mi trovai per
strada. Non avrebbero trovato bello che la loro figlioletta quattordicenne
bighellonasse senza meta tutta sola. Attraversai via D’Azeglio e giunsi in
piazza. Davanti al Nettuno, suonavano i musicisti che già avevo incontrato.
Questa volta lo feci, gettai cinquanta centesimi dentro una custodia vuota, e mi
voltai, quando qualcuno mi urtò, facendomi cadere per terra.
Fu allora che lo vidi. Gli occhi di un
azzurro intenso. La pelle diafana, come di porcellana. Non avrei saputo dargli
un’età, doveva essere uno studente. Era avvolto in un giaccone di pelle e
indossava un cappello scuro da cowboy. Credo di essere arrossita.
<<Scusa!>> Disse,
sorridendo. Un sorriso abbagliante che cercai di ricambiare, abbassando lo
sguardo.
<<Stai bene?>> Il suo
accento sembrava straniero.
<<Sì…>>
Non era più attraente di tanti altri
ragazzi della città, ma in quel momento mi parve meraviglioso. Aveva qualcosa
di insolito e non era solo il suo abbigliamento, no… Guardai a terra, sperando
di non sembrare troppo impacciata. Il cowboy restò in piedi di fronte a me per
qualche istante, poi se ne andò. Poco dopo, il ricordo del suo viso sostituiva,
nella mia testa, la sinfonia dei violini.
3
Il draghetto saltò sopra un muretto e
intrappolò dentro una bolla verde un robot grigio. Era passata una settimana da
quando avevo visto il cowboy. Pensavo a lui seduta per terra davanti allo
schermo del computer col joystick tra le mani. Ogni volta che uscivo, speravo
di rivederlo, ma per le strade del centro non c’era traccia di lui.
Spesso, seduta sul banco di scuola o
sdraiata sul letto, si componevano davanti ai miei occhi, aperti o chiusi che
fossero, i suoi lineamenti sottili. Non riuscivo a focalizzare bene il suo
volto, ma tutte le volte che pensavo a lui provavo un brivido. Eppure, avrei
dovuto metterci una pietra sopra. Anche se l’avessi incontrato di nuovo? Non
sarebbe mai potuto succedere nulla tra
noi due: lui era più grande di me, e sicuramente non mi avrebbe nemmeno
riconosciuta. Che stupida ero.
Però mi sarebbe piaciuto rivederlo. Una
volta sola.
Misi da parte il joystick, permettendo a un
gruppetto di nemici di assalire il mio drago.
Dovevo provare. Dopotutto era domenica ed
era stato di domenica che ci eravamo incontrati. Spensi il computer e senza
darmi il tempo per riflettere uscii di casa. Fuori, il cielo era coperto da una
densa coltre di nuvole. Il freddo penetrava attraverso i miei indumenti di
lana, ma non mi sarei arresa. Mi sedetti sui gradini del duomo, sperando di
vedere comparire da qualche parte quel ragazzo. Lasciai passare imperterrita i
minuti, finché non mi accorsi di trovarmi lì da un’ora.
Delusa, mi rialzai: era inutile continuare
ad aspettare. Solo perché mi era successo una volta, non significava che tutte
le domeniche l’avrei rivisto. Mi misi in cammino verso casa ma i crampi della
fame mi obbligarono a fermarmi al primo bar sulla strada, proprio davanti al
negozio di saponi che sprigionava il solito odore dolciastro.
Spalancai la porta di vetro ed
entrai, ma prima di raggiungere la cassa fui costretta a fermarmi. Fu
quasi impossibile non gridare dalla
gioia quando mi accorsi che l’unico ragazzo seduto lì dentro indossava un
cappello scuro da cowboy.
Rimasi in piedi a fissarlo per chissà
quanto - era assorto nella scrittura di qualche cosa -, finché non si accorse
della mia presenza. Il suo sguardo mi costrinse ad abbassare gli occhi.
<<Tutto bene?>> Mi chiese,
educatamente.
<<Ti ricordi di me? - Ribatté
inaspettatamente la mia bocca - La settimana scorsa…>>
Lui sembrò pensarci un po’ su, poi fece
segno di no con la testa.
<<Mi dispiace…. Vuoi un autografo?>>
<<Un autografo?>>
All’improvviso ero tornata in me. Mi resi
conto di quanto fossi stata stupida.
Quel ragazzo mi stava prendendo in giro. Sentii la rabbia e la vergogna
colorare di rosso il mio viso. Feci per andarmene, ma lui mi fermò.
<<Scusa, non dicevi per quello? Non
eri al mio concerto ieri?>>
Mi voltai, confusa.
<<Tu… Suoni?>>
Lui sorrise. <<Perché non
ti siedi?>>
Io mi sedetti.
Lui sorrise.
Io sorrisi.
<<Credevo lo sapessi. In genere le
ragazze della tua età mi chiedono gli autografi, sai… Anche se il mio è un
piccolo gruppo e suoniamo da poco.>>
E così era un musicista. <<Mi
dispiace – dissi – non immaginavo che…>> Lui rise.
<<E’ solo un piccolo gruppo, è normale che non ci conosci. Ce la
caviamo, ma niente di speciale. E quelle chiedono autografi… Che matte!>>
Non riuscivo ad attribuire un’identità al
suo accento. Mi ricordava l’Europa dell’Est, ma dargli una collocazione
geografica sarebbe stato impossibile. Lui mi guardò più attentamente,
sforzandosi di ricordare qualcosa.
<<Ma certo! - Esclamò poi -
L’angioletto!>>
Io arrossii per l’ennesima volta.
<<Beh, in realtà… Ci siamo scontrati
domenica scorsa, c’erano i violinisti davanti alla fontana e…>>
<<Sì. Ci siamo scontrati. Ricordo
benissimo.>>
Tornò a guardarmi con aria interrogativa.
Si stava domandando che cosa cercassi da lui.
<<Non volevo darti fastidio. - Mi
affrettai a spiegare - E’ che ti ho riconosciuto ed ero qui da sola… Avevo
voglia di fare due chiacchiere.>>
<<Ma certo, non preoccuparti!>>
Mi sentivo una ragazzina stupida e
sfacciata, sapevo che non avrei dovuto fermarmi.
<<Stai aspettando qualcuno?>>
Gli chiesi.
<<No. A volte mi piace stare solo.>>
Lanciai un’occhiata al quaderno che teneva
aperto sul tavolo, e riuscii a scorgere alcune frasi tracciate con una
calligrafia lunga e dritta:
Inside - The paralysis of time
Outside - Following events tied by
invisible lines
An unexisting god
Makes me feel alone
Lui si accorse della mia curiosità e spostò il quaderno. <<Tutto
bene?>>
<<Sì, sì…>>
<<A proposito, io sono Joric.>>
Gli strinsi la mano, titubante.
<<Gaia…>>
Joric, Joric, Joric. Fu così che lo
conobbi. E mentre lo sentii pronunciare il suo nome per la prima volta, provai
una strana fitta al cuore. Come se quel nome racchiudesse tutto il senso e
l’importanza delle cose del mondo.
4
<<Ho preso un altro quattro – dissi,
sparpagliando la pasta fumante nei bordi del piatto – Di questo passo mi
bocceranno. Voglio cambiare scuola.>>
I miei ammutolirono. Paola ridacchiò. Era
iscritta al terzo anno e aveva ottimi voti.
<<Guarda che tanto lo sapevamo tutti
che non ce l’avresti fatta.>>
Nessuno prese la parola in mia difesa. <<E che cosa vorresti fare allora?>>
Chiese finalmente mia madre.
Ma io avevo già parlato troppo, non avrei
mai avuto la forza di andare fino in fondo, sotto la mira di quegli sguardi
ostili. Il silenzio pendeva sul mio capo come un’invisibile spada di Damocle.
<<Non so ancora.>>
In realtà lo sapevo benissimo. Non avevo
eccezionali abilità artistiche, ma amavo disegnare più di ogni altra cosa,
anche se si trattava soltanto di fumetti. L’istituto d’arte avrebbe fatto al
caso mio. Ma dirlo a casa sarebbe stato impossibile. Per i miei, l’arte era
solo una perdita di tempo. Continuammo a mangiare in silenzio, cercando di
reprimere le nostre reazioni.
Quel pomeriggio, la rabbia finì per
sfociare in fiumi di lacrime. Una volta calmata, uscii portando con me
l’Architetto. Pensai a quello che sarebbe successo se uno di quei giorni fossi
scappata da casa. Avrei preso il treno e sarei scesa in qualche stazione
sconosciuta. I miei avrebbero sentito la mia mancanza, allora. Si sarebbero
pentiti. Ma dove avrei dormito? Come avrei mangiato?
Entrai in un bar e mi sedetti. Le lacrime
tornarono a invadere prima i miei occhi, poi le guance. Non mi importava di
essere seduta lì, da sola, in mezzo a tutta quella gente che mi guardava. Avevo
bisogno di piangere.
<<Tutto bene, angioletto?>>
Il tocco vellutato di una mano sulla mia
spalla mi fece sobbalzare.
Alzai gli occhi e il viso
rassicurante di Joric mi regalò un sorriso.
<<Ciao, io…>> Balbettai
qualcosa, senza riuscire a terminare la frase. Lui si sedette accanto a me.
<<Su, coraggio. Che ti è successo, il
tuo ragazzo ti ha lasciata?>>
<<No. No… Non ce l’ho il ragazzo.>>
<<Allora non dev’essere niente di
grave.>>
Sorridemmo entrambi, poi Joric si alzò. <<Sto
morendo di fame, vado a ordinare qualcosa. Quando torno voglio vederti felice.
Ok?>> Io sorrisi, annuii con la testa.
Ma lo sono, adesso, pensai. Dopotutto non ero così
sfortunata ad avere dei genitori che non mi capivano, altrimenti non mi sarei
trovata lì. Poco dopo, Joric tornò portando con sé dei sandwich e qualcosa da
bere.
<<Ora va meglio.>> Disse, guardando i miei occhi ancora
lucidi.
<<Su, mangia qualcosa. Ti va di parlare un po’?>>
<<Sei gentile ma non è niente di
importante. Ho solo litigato coi miei.>>
<<Cosa combini di tanto terribile?>>
Io abbassai lo sguardo senza riuscire a
parlare. Dovevo sembrargli ridicola.
<<Anch’io avevo dei problemi coi
miei, alla tua età. - Continuò lui - Non riuscivano a capire quanto fosse
importante per me la musica. Ma suonare è sempre stato il mio sogno.>>
<<Loro non vogliono che cambi scuola
– Sbottai io, rincuorata dalle parole di Joric - Cioè, non me l’hanno detto, ma
so che è così.>>
<<Vuoi cambiare scuola? Cosa vuoi
fare?>>
<<L’istituto d’arte.>>
<<Ti piace disegnare?>>
<<Sì.>>
<<E quello?>> Indicò
l’Architetto che sporgeva dalla mia borsetta. Sentii il mio volto avvampare di
nuovo: ora mi avrebbe chiesto di mostrargli qualcosa.
<<Non è niente. – Mi affrettai a
spiegare - Mi piace copiare i fumetti, ma non è niente di speciale.>>
<<Posso vederlo?>> Il suo
sguardo si era soffermato caparbiamente su di me: non avrebbe accettato un
rifiuto. Io gli consegnai l’Architetto senza cercare di opporre
resistenza. Joric cominciò a sfogliare
le pagine, studiando i miei disegni a lungo, con interesse.
<<Credo che dovresti farlo.>> Disse infine, sorseggiando un po’ di birra dal suo bicchiere. <<Non sono un esperto in queste cose, ma sei brava. E comunque, se non lo facessi adesso, lo rimpiangeresti per sempre. Non devi rimpiangere nulla.>>
Lo guardai piena di ammirazione, ripetendo
mentalmente quelle parole. Non devi
rimpiangere nulla.
<<Sì ma… I miei non saranno mai
d’accordo. Loro non capiscono. Vorrebbero che io fossi come loro, come mia
sorella…>>
<<Hai
una sorella?>>
<<Una sorella più grande. Si chiama
Paola.>>
Lui chiuse il quaderno e rigirò il
bicchiere fra le mani, immerso nei suoi pensieri. Poi tornò a guardarmi, come
se si fosse svegliato all’improvviso.
<<E tu, - ripresi io - come hai fatto
per quella faccenda della musica?>>
<<Ho continuato e basta. Ho
continuato a tornare tardi la sera per andare ai concerti, a prendere voti
bassi e a passare tutto il tempo in giro a suonare con i miei amici. I miei
genitori non ce l’hanno fatta ad accettare, e alla fine sono scappato. Sono
andato a vivere da un mio amico, un ragazzo più grande. Conosciuto ad un
concerto. Ho cambiato casa non so più quante volte. Comunque adesso ho diciotto
anni ed è tutto legale>>.
Lo guardai sbalordita. Certo, il ragazzo
che mi stava parlando non era una persona convenzionale, era evidente. Ma non
avrei mai pensato che fosse stato capace di scappare di casa.
<<Non sei più tornato dai tuoi?>>
<<No. Ma la mia situazione è un po’
diversa dalla tua. Loro non erano i miei veri genitori. Sono stato adottato e
l’ho sempre saputo. Immagino di averli feriti quando sono scappato, ma la
nostra non era una vera famiglia. Credo che fosse giusto così.>>
Il suo sguardo ora era freddo, distante.
Continuai a mangiare in silenzio. Pensai alle sue parole. Pensai che aveva
appena aperto il suo cuore a me, una ragazzina, una sconosciuta.
Pensai di trovarmi al posto giusto al
momento giusto.
