Scrivere è come parlare d’amore senza inibizioni con la complicità del silenzio. Scrivo da tempo per il <Messaggero>, redazione di Ascoli Piceno, eppure, nonostante un allenamento quotidiano, ogni volta che affronto una pagina bianca sia essa del computer che di un quadernetto che porto sempre in borsa, il turbamento si impadronisce di me. E non è l’argomento che devo trattare a causarlo. E’ lo scrivere in sé accompagnato dal bisogno di comunicare, con parole semplici e chiare, frammenti di quotidianità evitando l’interferenza delle mie emozioni. Lo scrivere più intimo, il romanzo, la poesia, si è presentato all’improvviso, forse perché stanca di un’immagine avvertita di me statica e prevedibile di chi si occupa dei fatti degli altri e tiene la sfera personale separata. Invece sono sempre alla ricerca del cambiamento, della Chiara Luce che indica in passaggio ad altra vita nell’attesa di qualcosa di meraviglioso che deve ancora avvenire; non a caso il personaggio principale di <Habanera> si chiama Chiaraluce. Così di tanto in tanto cambio e alterno il “fronte” del <Messaggero>, con “retroguardie” notturne in cui libero i personaggi che sono dentro di me e poi di nuovo torno al “fronte” inventando altre sfide, l’attuale è il mio ristorante in campagna in cui mi diverto a combinare sapere e sapori, poi di nuovo “retroguardia” per sciogliere i nodi dell’esistenza e mettere radici da qualche parte anche su un foglio bianco o sullo scaffale di una libreria. Tutto questo serve a non ammalarmi di nostalgia o di rimpianti, a muovermi in uno spazio che riconosco, il mio deserto e il mio mare insieme, e a non usare i verbi al passato che sono presagio di postfazione.

Roberta Lazzarini