Lei mi guardava con insistenza, cominciai a chiedermi cosa avessi che potesse attirare una tale attenzione da parte di una signora tanto bella. I pantaloni erano ben allacciati, la camicia abbottonata, mi diedi un’occhiata sommaria e mi sembrò di non avere deformazioni o grandi macchie sui vestiti, eppure quella bella quarantenne continuava a guardare nella mia direzione.

Levai lo sguardo su di lei con la speranza di riuscire ad avere un’espressione gentile e al tempo stesso interrogativa, ma il mio tentativo non ebbe molto successo, lei si girò altrove e si mise a chiacchierare con l’uomo che la accompagnava. L’altoparlante annunciò il mio volo, mi diressi verso il gate di imbarco trascinando il mio roller. C’era già molta gente, il banchetto dove il personale controlla biglietto e documento era ancora deserto, le persone in attesa si distraevano in vari modi, io decisi di andare a bermi un caffè all’ angolo di ristoro, dove fortunatamente si poteva anche fumare una sigaretta. Ero angosciato all’idea di prendere quell’aereo e rimanere per più di dodici ore senza poter tirare una boccata, ma non potevo fare in altro modo. Avevo alcune incombenze da sbrigare di persona con una casa di produzione a Hollywood. Il signor Goody aveva richiesto espressamente la mia presenza e a lui non si può dire di no, mai! Così mi trovai all’angolo di ristoro a fumare una sigaretta in attesa di imbarcarmi su quell’aereo, pensando allo sguardo indagatore di quella bella quarantenne elegante, che avevo incrociato nell’atrio dell’aeroporto C. d. G. a Parigi. Finalmente giunse il personale e diede inizio alle operazioni di imbarco, attesi con pazienza il mio turno, mostrai passaporto e biglietto e mi imbarcai sull’aereo. Non accadde niente durante il volo, ho visto un film e ho dormito per il resto del tempo. Appena sceso nella sconfinata Los Angeles, mi sono acceso una sigaretta e mi sono quasi fatto arrestare, dimentico dei divieti allucinanti della California. L’incontro con Mister Goody non ebbe luogo ed io non mi innamorai degli U.S.A.

Avevo solo voglia di tornare nella mia casetta al mare e godere di qualche giorno di pace, pensavo a questo mentre ero sul volo di ritorno verso Parigi. Avevo perso un bel mucchio di quattrini a causa di uno sceneggiatore antipatico e arrogante, ma non mi importava più di tanto, di soldi ne avevo già parecchi, ero solo stanco, avevo voglia di fumare e sognavo il sole della mia Italia. Pensai che appena atterrato avrei cercato il primo aereo per Roma o Milano o qualsiasi altro aeroporto disponibile e mi sarei imbarcato, avrei affittato una macchina e sarei andato a trovare mia figlia in Liguria. Era parecchio ormai che non la vedevo e ne avevo voglia. Non sarei neppure passato dalla mia casa di Parigi, né dallo studio.

Arrivai in aeroporto alle sei di sera, la giornata era calda e luminosa, il cielo ancora azzurro intenso, dal finestrino vidi avvicinarsi Parigi, bellissima e calda, atterrai e mi precipitai all’esterno per fumare una sigaretta.

Incredibile.

Lei era lì! Mi stava guardando con un’espressione divertita, i suoi occhi chiari e liquidi mi mettevano un tantino in soggezione, era vestita di bianco, alta e ancora più slanciata dai lunghi tacchi dei suoi sandali anch’essi bianchi. Portava un cappello chiaro, a falda larga e aveva un bel volto affilato e gentile, aveva una gran classe. Parlottava con un uomo, lui guardava in terra un punto indefinito vicino ai piedi di lei, lei guardava me con insistenza, aveva un aspetto disteso e solare, al contrario dell’uomo che era pallido e smorto, mi sembrò di scorgere una lacrima scendere dai suoi occhi spenti, mentre lei sorrideva e mi guardava. Poi quell’uomo se ne andò, camminava lentamente, ciondolando le braccia e trascinandosi col capo chino verso l’uscita dell’ aeroporto, se ne stava andando a piedi, accanto a lui code di auto in entrata e in uscita. Lei mi sorrise beffarda, le si illuminarono gl’occhi, aveva un’espressione di gioia, sembrava godere della sofferenza di lui. Mi percorse un brivido per tutto quanto il corpo, quelle donna era un mostro!

Pensai a mia figlia,alla mia ex moglie, a me, augurandomi che nessuno di noi potesse finire tra i suoi artigli. Distolsi lo sguardo e pensai ad altro, dovevo trovare velocemente un volo per l’Italia, non sarebbe stato facile era ormai luglio inoltrato, ma mi dedicai a questa piccola impresa. Alla biglietteria mi dissero che il primo volo libero era l’indomani mattina alle sei, troppo tardi. Non avevo pazienza per aspettare tante ore, volevo partire subito. Provai a fare un giro per l’aeroporto a caccia di biglietti, nei punti adibiti alle varie compagnie. Niente, niente di niente, cominciai a rassegnarmi accarezzando l’idea di cambiare programma, andare a casa, farmi una doccia e farmi il viaggio in macchina, avrei potuto anche pensare di avere meno fretta, prendermi una lunga vacanza e raggiungere a tappe l’Italia visitando vari luoghi lungo la strada che da Parigi mi avrebbe portato in Liguria, da mia figlia, ma presto la scartai, negli ultimi tempi mi ero accorto di stancarmi più facilmente rispetto a prima, temevo che il viaggio in macchina da solo potesse rivelarsi un tormento, non avevo più vent’anni. Peccato perché l’idea di un bel giro tra Francia ed Italia mi attraeva. Così decisi che tutto sommato anche aspettare le sei di mattina non doveva essere tanto tremendo, avrei potuto cercare una stanza nei paraggi e riposare qualche ora. Una volta giunto a Malpensa avrei deciso il da farsi.

Quando finalmente mi imbarcai sull’aereo per l’Italia, rimasi folgorato nel vedere che due file avanti a me c’era seduta quella donna che dal  giorno prima continuava a fissarmi. Guardava davanti a sé, io potevo intravedere un quarto del suo bel viso e i capelli di seta, che scendevano morbidi e curati lungo le spalle. Ma ne indovinavo l’espressione sorridente e bellissima nella sua crudeltà.

Attesi il decollo stranamente agitato, in cuor mio desideravo segretamente che quella donna si girasse ancora a guardarmi, ma non accadde per tutto il volo. Fui io che invece rimasi come incantato ad osservarne i movimenti, passò tutto il tempo leggendo un libro. Di tanto in tanto la sua mano affusolata si muoveva di scatto per girare una pagina e il suo capo si piegava un poco di lato per poi tornare nella posizione precedente. Quando atterrammo decisi che avrei appositamente fatto in modo di attendere i bagagli accanto a lei, ma quando raggiunsi il nastro che li trasporta mi accorsi con dispiacere e sollievo insieme che lei non c’era, probabilmente aveva il solo bagaglio a mano. Affittai una macchina e mi allontanai dall’aeroporto con i pensieri fissi su di lei, sapevo che, molto probabilmente non avrei mai più rivisto quel volto, mi sentii triste.

Percorsi la superstrada della Malpensa fino all’ingresso dell’autostrada per Milano, decisi di fermarmi al primo autogrill per fare il pieno di benzina e comprare un paio di pacchetti di sigarette.

Ormai il sole era alto in cielo, la giornata splendida, un cielo azzurro e stranamente privo dello smog del capoluogo lombardo accarezzava i miei pensieri. Scesi dall’auto e mi infilai nell’autogrill, comprai due pacchetti di Marlboro rosse, bevvi un caffè, uscii. Davanti alla porta d’ingresso si era fermato un taxi, si aprì la portiera e ne uscì un piede, poi una gamba, la coscia e finalmente lei, era davanti a me, portava occhiali scuri di Dior ed un elegantissimo vestito bianco, aveva degli inserti in vichy rosa, le fasciava il corpo snello e formoso, slanciato dagli alti tacchi dei sandali rosa come gli inserti dell’abito ed il cappello. Si fermò a guardarmi, rimase immobile per qualche istante, io ero talmente sorpreso che non riuscii a dire né fare nulla. Fu lei a rompere quello strano silenzio:

<<Mi stai seguendo? Continuo ad incontrarti. Sembra che il destino ci voglia proprio dire qualcosa!>>

Diretta e decisa, con un sorriso abbozzato che si incastonava nel viso bello e solare, nonostante non fossi più un ragazzino impacciato e sprovveduto mi sentii in balia di lei, non sapevo cosa risponderle, fu lei a parlare di nuovo, una domanda che mi lasciò di stucco:

<<Ma davvero non mi riconosci?>>

Rimasi immobile a fissarla, lei si tolse gl’occhiali lasciando che ammirassi gli occhi lucenti e chiari, con un taglio rotondo e una profondità accattivante, aveva l’accenno di qualche ruga, ma si manteneva in ottime condizioni, era una splendida donna. Continuai a guardarla, mentre piano dalla memoria cominciava ad affiorare qualcosa, una spiaggia, il blu del mare, poi di colpo capii.

Monica, certo Monica! Erano passati vent’anni, ero un ragazzo anch’io allora, avevamo passato un breve periodo insieme, nel quale avevamo fatto una vacanza in Corsica, poi al ritorno la vita ci aveva separato e ci eravamo persi di vista, come dimenticati, presi da altri affanni e dalla vita che continuava a scorrere. Un brivido mi percorse la schiena, il ricordo di quel breve amore estivo mi stava affiorando sempre più nitido e forte, i  nostri giochi, i baci, i bagni. Ricordai che ero stato bene con lei, pensavo di amarla, strano dimenticarsi così di chi avevi creduto tanto importante. Ero di fronte a lei, devo avere avuto una strana espressione nel ricordarla, lei sorrideva:

<<Allora ti sei ricordato!>> mi disse.

<<Sì, Monica, scusa è passato tanto tempo!>>

<<Lo so, lo so, anch’io ho fatto fatica a capire chi eri, ma poi continuavo ad incontrarti, all’aeroporto, in aereo… Poi mentre ero sul taxi mi sono ricordata di te, tutto è affiorato di colpo, come se fosse accaduto solo ieri, mi sono stupita di come avessi potuto scordare quell’estate così bella! E ora eccoti qui! Credevo di non rivederti più, invece ti incontro di nuovo. Come stai?>>

Mi chiese sorridendo, era davvero rimasta molto bella. Io invece avevo messo su qualche chilo e avevo perso i capelli, non ero certo in forma come lei.

<<Sto bene, non sono in forma come te, ma tutto sommato non mi posso lamentare.>>

<<Entra dai, ti offro un caffè!>> Mi invitò lei.

<<Ok, andiamo!>> La seguii all’interno del bar dell’autogrill, da dove ero appena uscito.

 

Ero con mio marito in aeroporto, lui doveva prendere un aereo per Madrid, dove avrebbe sbrigato alcuni affari per conto mio, era allegro, era una bella giornata e al suo ritorno saremmo andati in Italia per alcuni giorni, in vacanza nel mio paese a goderci sole e spaghetti. Ormai Ernest , così si chiamava, dipendeva da me in modo totale, ero poco alla volta riuscita a conquistare la sua anima, mi amava alla follia e sapevo che per me avrebbe potuto compiere qualunque pazzia. Il mio amore per lui era invece ai minimi, preferivo approfittare del suo, mi bastava un lieve inganno e qualche sorriso. Avrebbe lucidato con la lingua tutte le mie scarpe se glielo avessi chiesto, ma non glielo chiesi, lasciai che partisse per la Spagna felice e illuso di un atterraggio altrettanto felice. Mentre attendevo che partisse, la mia attenzione fu attratta da un uomo poco distante, il suo aspetto familiare evocava situazioni piacevoli, ero sicura di conoscerlo, ma non ricordavo minimamente chi fosse. Indugiai alcuni secondi con lo sguardo rivolto a lui. Quando si accorse che lo stavo fissando ebbe una reazione divertente, probabilmente si chiedeva cosa ci fosse in lui di tanto attraente da attirare il mio sguardo. Quando mi sorrise mi girai per salutare mio marito e continuare a recitare la parte della moglie innamorata e sovrastante. Lo abbandonai e me ne tornai a casa nel mio appartamento nel  centro di Parigi. Sarebbe stato in Spagna per alcuni giorni, non sapeva che quel viaggio avrebbe segnato la sua condanna e la fine della nostra relazione. Lo scoprì al suo ritorno, quando sprezzante e divertita lo lasciai per sempre al suo destino, sorridevo mentre gli spiegavo la nuova situazione, godevo della sua umiliazione e della sua sofferenza, lo abbandonavo e mi facevo lasciare tutto ciò che aveva, non gli permisi neppure di andarsene con la macchina, pretesi che si incamminasse a piedi e come ultimo gesto di amore per la sua dea che sparisse per sempre dalla mia vita, lo gettai come si getta una pezza da piedi usata e sgualcita, inebriata dalla sensazione profonda di potenza che questo atto mi dava. Avevo intravisto qualche mese prima la possibilità di tutto questo, quando Ernest cominciò a sottomettersi sempre in modo più completo a me, che avevo manifestato la volontà di terminare il nostro rapporto. Pur di tenermi con sé avrebbe fatto di tutto! E così fu, faceva qualunque cosa gli ordinassi di fare, credendo di compiacermi, di trattenermi con sé, ma ottenne un risultato opposto, l’amore che avevo provato per lui era finito ormai e questo suo nuovo atteggiamento servile e sottomesso me lo faceva disprezzare ancora di più. Così mi accorsi che avrei potuto approfittare della situazione e prendermi tutto per me, il suo patrimonio, le sue ville e le sue auto di lusso. Decisi di rovinarlo  e lo feci, poi lo cacciai per sempre tra le sue lacrime. Mentre ciò accadeva vidi nuovamente quell’uomo, avrà avuto pressappoco la mia età, aveva un accenno di pancia e pochi capelli, ma risultava piuttosto affascinante, inoltre il suo aspetto continuava a evocare sensazioni piacevoli di cui non riuscivo a spiegarmi il motivo, ma che accettavo grata.

All’alba mi imbarcai su un aereo per l’Italia, avrei trascorso da sola la mia vacanza, con mia sorpresa mi accorsi che quell’uomo era sullo stesso aereo, finsi di non vederlo e di leggere un libro, sentivo il suo sguardo addosso mentre cercavo di capire chi fosse. Che mi guardasse perché anche lui cercava di riconoscermi? Cominciai a farmi strane idee sul destino e sulla possibilità di un incontro che doveva per forza avvenire. Quando sbarcammo lo attesi all’uscita dell’aeroporto, ma non lo vidi più, attesi parecchio tempo, con speranze sempre più fievoli, poi chiamai un taxi e mi feci accompagnare a Milano nel mio appartamento in centro. Percorremmo la superstrada della Malpensa e proprio prima di imboccare l’autostrada per Milano cominciai a ricordare: Alberto, ecco chi era! Possibile me ne fossi dimenticata per tutto questo tempo? Passammo una bellissima estate insieme, tra il blu del mare e il giallo del sole, credevamo di amarci alla follia, ricordai che andammo in Corsica insieme, ci eravamo fidanzati pochi mesi prima e avevamo deciso di passare agosto al mare insieme. Tutto mi tornò in mente con prepotenza, ricordai come se fosse ieri il nostro incontro, le prime parole e i primi baci. Ci conoscemmo in biblioteca, entrambi universitari, entrambi a Pisa, io studiavo matematica, lui fisica, io venivo da Lucca lui da Busto Arsizio, vicino a Milano. Ero uscita a fumare una sigaretta, stanca dello studio di alcune complicate equazioni che mi stavano martellando il cervello, lui era lì, con la sua Marlboro accesa, ci guardammo per un istante, poi lui mi salutò con una semplicità disarmante ed un bel sorriso:

<<Ciao, io sono Alberto.>> Mi strinse la mano con delicata decisione.

<<Ciao, Monica.>>

Poi ci mettemmo a parlare di noi, e non la finimmo più. Attratti l’una dall’altro in una magia primaverile che ci esaltava. Ne fui attratta da subito, dai suoi modi gentili e insieme rudi, dalla sua svogliata sicurezza e dalla sua divertita voglia di vivere.  Ricordai come praticamente mi trasferii da lui, che viveva solo, in una piccola casa graziosa fuori Pisa. Lì passai giornate splendide, mentre gli esami scivolavano via e l’estate si presentava a noi calda e lasciva. Un giorno di quelli decidemmo di andare insieme al mare, entrammo  nella prima agenzia viaggi che trovammo e prenotammo la prima cosa disponibile: un traghetto per la Corsica. Vi rimanemmo un mese, girandola in lungo e in largo con la sua 500 scassata, ci divertimmo come matti e ci giurammo una vita insieme. Ma quel giuramento non fu mai mantenuto, tornati a Pisa io trovai un lavoro a Roma, impiegata in una grande agenzia, potevo cominciare a cogliere i frutti dei miei faticosi studi, mi mancavano pochi esami e decisi che avrei potuto terminare l’università anche lavorando. Lui mi disse che ci saremmo continuati a vedere comunque, che avrebbe cercato un lavoro a Roma anche lui e avrebbe finito l’università stando lì con me, ma poi la sorte gli fece trovare lavoro a Firenze, un’occasione da non perdere e una vita nuova, lontani, ci scordammo con troppa facilità di noi, poco alla volta e senza dolore, fino a dimenticare tutto.

E tutto mi tornò in mente in un attimo, su quel taxi che vent’anni dopo imboccava l’autostrada proprio a Busto Arsizio, la sua città natale. Allungai le gambe e sprofondai nel sedile, mi sentivo triste e amareggiata per il mancato incontro, ma forse era meglio così, pensai, in fin dei conti era passato tanto tempo e probabilmente ciò che ci aveva legato non era stato poi tanto forte da scomodare il destino. Ed invece il destino si attivò per l’ennesima volta e fece sì che mi dovetti fermare al primo autogrill che incontrammo. Infatti, avevo sbadatamente lasciato le sigarette appoggiate da qualche parte in aeroporto prima di prendere il taxi, avevo voglia di fumare e il taxista mi disse che non c’erano problemi a farlo sulla sua auto. Allora gli chiesi se ne avesse una da offrirmi e lui mi rispose che aveva appena gettato l’ultima, proprio prima di quella corsa. Gli chiesi allora se avremmo potuto fermarci a comprarle, ne avrei preso un pacchetto anche per lui. Mi rispose che non c’erano problemi, che si sarebbe fermato al primo autogrill, quando scesi dal taxi me lo trovai davanti, con un’espressione stupita e ammirata per la mia bellezza. Capii subito che non aveva ancora ricordato allora feci in modo che ricordasse, vidi la sorpresa e la gioia sul suo volto quando gli tornò alla mente di me e dei nostri giorni felici, lo invitai a bere un caffè. Sentivo il suo sguardo carezzarmi mentre entrava dietro di me, mi fece piacere, mi fece ricordare l’eccitazione dei nostri momenti più intimi e dei nostri giochi. Un brivido mi percorse tutto il corpo.

Mentre bevevo il caffè e chiacchieravo con Monica mi si riempì la mente dei dolcissimi ricordi di quei giorni in cui ci eravamo amati con tanto vigore e tanta tenerezza. Riemerse prepotente l’eccitazione che mi dava il suo dominio sessuale, la sua fresca bellezza spensierata. Ricordavo l’attimo in cui la mia vita cambiò, grazie a lei ed al suo sguardo profondo e limpido. La incontrai mentre in una pausa di studio stavo fumando una sigaretta. L’avevo vista altre volte, ma la mia timidezza mi aveva rinchiuso dietro un vetro da cui guardavo il mondo, quel giorno invece no, quando la vidi arrivare e ci osservammo per qualche istante, qualcosa dentro di me accadde, fu come uno scatto, un attimo e il mondo divenne diverso, non avevo più paura, la salutai con dolcezza e lei mi rispose gentile, cominciammo a raccontarci e a sorriderci e non smettemmo più. Venne da me, nei momenti di intimità credevo di esplodere, l’abbandonarmi alla sua guida selvatica mi dava un’eccitazione impensabile fino ad allora, poi i sogni di una vita insieme, quel viaggio spensierato e magnifico che sembrava unirci in una vera coppia, le promesse, il fruscio del suo vestito bianco ed i suoi passi nella luce del sole, ricordai e ne fui travolto, chiedendomi come fosse possibile che la breve distanza tra Roma e Firenze avesse disintegrato tutto questo. Ripensai alla mia vita, la mia ex moglie, il mio lavoro così differente da quello che avevo studiato ai quei tempi, a tutte le mie scelte, tutte condizionate dall’oblio che mi aveva avvolto, avrei vissuto un’altra vita? Certo c’era mia figlia, cui ero molto affezionato, lei non sarebbe nata e mi bastò per pensare che le cose dovevano andare così e che ero felice che fossero andate così. Ma ora cosa sarebbe accaduto? La bellezza di Monica era intatta, il suo spirito divertito e dominante pure, cominciai a pensare che avrei fatto di tutto per lei…

Mi guardò negli occhi:

<<Come abbiamo potuto scordare? Sono così felice di averti ritrovato dopo vent’anni, il destino l’ha voluto!>> Mi disse quasi sussurrando, e mi riportò alla realtà. Il sapore amaro del caffè senza zucchero mi stava riempiendo la bocca. Ebbi l’impressione che l’ambiente fosse del tutto inadeguato a noi, chiesi a Monica se avremmo potuto cenare insieme in un qualche posto elegante e discreto dove poterci parlare e magari comprendere il perché di questo strano oblio. Lei mi guardò con un luccichio divertito nello sguardo, posò il suo caffè sul banco grigio e sporco, era immobile e splendida. Rimasi in attesa per alcuni secondi della sua risposta, poi mi ricordai del suo modo così particolare di annuire e la presi per mano, mi sentivo come se quei vent’anni non fossero mai trascorsi, pieno di spensierata energia, mi veniva da ridere, mi esaltai nei miei giovani quarantatre anni come se ne avessi ancora ventitre. Il suo taxi attendeva ancora fuori, pagai il taxista ridendo, le aprii lo sportello della mia punto a noleggio e attesi che salisse, richiusi dolcemente e aggirai la macchina. Mi prese un’esaltazione incomprensibile e gioiosa, decisi di lasciare che mi travolgesse, mi lasciai trasportare nel mondo della mia spensieratezza e della completa distrazione mentre salivo su quella piccola automobile. La guardavo seduta accanto a me, elegante e bella, inadatta a quell’ utilitaria, eppure allo stesso tempo mi pareva tutto perfetto, come se avessimo ancora i jeans stracciati e la maglietta sporca del pomodoro dell’ultima pizza divorata ridendo. Misi in moto e prima di partire mi venne d’istinto un’idea folle:

<<Aspettami un secondo, ti prego! Devo fare una cosa.>>

Si girò verso di me come faceva vent’anni prima, i suoi occhi luminosi, pieni di una gioia spensierata, lasciavano trasparire una lieve emozione ed il suo volto disteso e allegro mi stava d’innanzi voglioso:

<<Si!>>Mi rispose, con il fare di chi aveva capito e approvava divertita.

<<Vado?>> Le chiesi, già con un piede fuori dalla macchina.

<<Vai!>> Quasi gridò.

Scesi, entrai di nuovo in autogrill, raggiunsi il frigo con le bibite, l’aprii e presi quattro lattine di birra, due in una mano, due nell’altra.

Corsi fuori in tutta fretta, salii in macchina e partii a tutta velocità, Monica rideva divertita, prese una lattina dal sedile posteriore, dove le avevo lasciate, la aprì e ne bevve un lungo sorso, poi la passò a me, ne bevvi anch’io, ci guardammo ridendo,mentre nello specchietto retrovisore vedevo la cassiera dell’autogrill sbracciarsi verso di noi in cerca del prezzo delle quattro birre rubate.

Eravamo ripiombati d’improvviso in un’altra era, in un altro mondo, ci tenemmo la mano mentre spingevo a tutta velocità quella piccola macchina verso il casello di Milano, il motore ronzava, come se gli stessero tirando il collo, la lancetta del contachilometri vibrava tremolante intorno ai centottanta all’ora. Tra i sobbalzi incoscienti di quella Punto, Monica rideva, la sua espressione accelerò il battito del mio cuore e il suono cristallino della sua risata mi penetrò le orecchie violento e dolce; aprì il finestrino mulinando a tutta velocità la manovella e si sporse ridendo, il vento forte quasi le strappò i capelli e le deformò il volto, quando ritornò all’interno dell’abitacolo era spettinata e solare. Frenai al casello e pagai. Ripartii ad una velocità più adeguata, aprimmo la seconda birra e la bevemmo d’un fiato, poi la terza e poi la quarta. Monica mi guardò felice:

<<Allora? Dove andiamo? Cosa facciamo, io ho fame, portami in un posto magnifico!>>

<<Va bene, sì cazzo va bene, andiamo, ho fame anch’io, voglio vino eccellente e piatti divini, ho voglia di festeggiare, ho voglia di stare con te, ho voglia di ridere… era tanto che non mi sentivo così!>> Le risposi esaltato, mentre i primi palazzi di Milano sfilavano accanto all’autostrada.

<<Ma poi, cosa accadrà  domani, dopo questa notte?>>, mi domandò.

La sua domanda mi lasciò di sasso, non me l’aspettavo assolutamente, né la domanda né l’accenno alla notte, per lo meno non ci speravo. Mi voltai e la sua espressione seria mi stupì, lei scoppiò a ridere:

<<Sei ancora il solito ingenuo, ma guarda sei addirittura diventato rosso!>>

Risi anch’io, risi di gusto, pieno del suo profumo e dei suoi ricordi ormai indelebili, mi carezzo la testa ormai senza capelli.

<<Sei bello anche così!>> Mi disse scherzosa.

<<Sei ancora molto affascinante…>> Si sporse e mi baciò, un bacio improvviso che mi fece per un attimo perdere il controllo dell’auto e del cuore.

<<Sei… sei…>> Non riuscii a finire di parlarle, una lacrima commossa mi scese vigliaccamente attraverso una guancia, lei mi baciò ancora, era fresca ed adorabile, mi eccitai e mi misi ancora a ridere.

<<Ti porto da Aimo e Nadia, ma promettimi che non saremo seri!>>

<<Te lo prometto!>> Mi rispose ridendo, mi ricordai di come quel sorriso mi aveva folgorato un tempo e mi accorsi di come anche in quel momento avesse il medesimo effetto.

Presi il telefono e chiamai per riservare un tavolo. Lei mi guardò con un sorriso languido, divertita ma seria:

<<Perché non prendiamo anche una camera in qualche albergo, ho voglia di farmi una doccia.>>

Guardai l’ora: le undici, il tavolo era per l’una, avevamo tutto il tempo, chiamai di nuovo, questa volta un bell’albergo dove mi ero fermato durante l’ultimo mio ritorno in Italia un paio di mesi prima, era poco distante e molto elegante, aveva delle camere con dei grandi bagni, dove oltre la doccia, ampia e comoda, c’erano anche delle vasche con idromassaggio.

Ci arrivammo in pochi minuti, parcheggiai la Punto tra una grossa Mercedes e un Porche nuovo fiammante, scendemmo e ci facemmo dare le chiavi della stanza. Numero 345, ci guardammo e scoppiammo in una risata gioiosa, ci baciammo davanti alla portineria dell’ hotel, un bacio appassionato e carico di promesse eccitanti e divertite. Il numero 345 era lo stesso della prima camera che dividemmo da innamorati, molto meno elegante e costosa ma carica delle stesse promesse di quella mattina assolata e bellissima.

Monica sparì nel bagno, lasciandomi seduto sul grande letto matrimoniale, chiamai Elena, mia figlia:

<<Pronto?>>

<<Ciao papà.>>

<<Ciao Elena… come stai?>>

<<Bene, tu?>>

<<Benissimo, sono appena arrivato a Milano.>>

<<Che bello! Ci vediamo? Dai… dai!>>

<<Certo, certo che ci vediamo, piccola. Non vedo l’ora di vederti, stavo venendo da te a trovarti, sono appena tornato dagli Stati Uniti.>>

<<Bello?>>

<<Mha, mica troppo, non mi sono innamorato di loro, né loro di me.>>

<<Ma dai, ancora con questo cavolo di odio per l’America, è da vecchi scafati di sinistra.>>

<<Hai ragione, la prossima volta me li farò piacere.>>

<<Ok, promettilo! In fondo potrei dire che è la mia seconda casa!>>

<<Lo so… lo so, ma preferisco venirti a trovare in Italia, comunque lo prometto!>>

<<Allora, quando arrivi? Sei per strada? Ti fermi a Milano? Se vuoi ti raggiungo lì! Dimmi dove sei, mi prendo un paio di giorni di vacanza.>>

<<No vengo io da te, ho voglia di stare al mare! Ti raggiungo fra un paio di giorni, devo fermarmi qui fino a domani… si insomma… devo fermarmi, ti chiamo domani e ti dico con più precisione quando arrivo.>>

<<Si ma non tirare in lungo, guarda che settimana prossima devo partire.>>

<<Come devi partire? Dove vai?>>

<<Ma come dove vai, ma non ti ricordi? Vado in Africa con la mamma, te l’ho detto non più di una settimana fa!>>

<<Ah già, me ne ero scordato, è vero, hai ragione, scusa sai ma il viaggio, il lavoro…>>

<<Si, si, non c’è problema, basta che ti ricordi di venire domani o al massimo dopodomani!>>

<<Ok promesso, adesso devo lasciarti, ci sentiamo domani, ciao>>

<<Ok .Ciao>>.

 

Monica uscì dal bagno con un accappatoio verde chiaro, i capelli ancora umidi, mi guardava con un’espressione che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni. Ma dopo qualche istante parve cambiare idea:

<<Mi vesto che andiamo a pranzo. Poi abbiamo tutto il pomeriggio, voglio fare l’amore con te ubriaca e felice, come facevamo una volta. Ti va?>> Sorrideva.

<<Mi va…>>Le risposi pensieroso, ma in realtà felice.

<<Allora aiutami, prendimi la valigetta che ho lasciato vicino al letto. Aprila, dentro c’è un abito nero, prendilo e dammelo.>>

Ubbidii, aprii la valigia di pelle scura, dentro c’era stipata una quantità stupefacente di cose, mi chiesi come potevano essere tutte contenute in quella piccola borsa, quasi esplose nell’aprirla.

Tra quell’ammasso di sacchetti, pacchettini, borsette e altre innumerevoli oggetti, c’era un vestito nero, lo presi e lo offrii a Monica, le sfiorai un braccio mentre lo facevo e mi cosparsi di brividi caldi ed eccitati nell’annusare il profumo della sua pelle fresca e umida.

<<Grazie!>> Mi disse, e si sfilò l’accappatoio rimanendo nuda in mezzo alla stanza.

Il suo corpo pareva identico a quel corpo ventenne che all’improvviso mi era tornato alla mente, mi sorpresi particolarmente eccitato, la osservai con grata riconoscenza per avermi offerto un simile spettacolo. Era davvero molto bella, ma l’incanto svanì presto, non appena si infilo il vestito che le avevo passato. Mentre lo indossava sparì nuovamente in bagno, chiuse la porta, sicuramente sorrideva mentre cominciò a phonarsi i capelli.

 

Lasciai che ammirasse il mio corpo nudo prima di tornare nel bagno a truccarmi e pettinarmi, avevo appena indossato un vestito cui tenevo molto, amavo quel vestito nero ed elegante, una prima scelta di Armani. Quando riuscii a comprarmelo qualche anno fa mi sembrò di realizzare un sogno, un abito costosissimo e bellissimo, che non speravo di poter avere, invece cominciando a realizzare me stessa come donna e come professionista, finalmente arrivai a realizzare il sogno. In seguito, potendo avere praticamente tutto quello che mi andava, mi dimenticai della gioia soddisfatta di quel giorno lontano in cui riuscii a realizzare un sogno grazie alle mie sole e giovani forze, ma quando l’amore per il mio ormai ex marito vacillò e scoprii che la cattiveria era una mia dote, allora per caso lo vidi appeso nell’armadio e mi ricordai tutto, lo presi lo indossai e decisi che mi stava benissimo, da allora non lo abbandonai più, portandolo sempre con me. Quel momento tanto divertente ed eccitante mi sembrò il momento giusto per indossarlo, mentre mi chiusi nel bagno mi sembrò di sentire Alberto ridere felice come quando a vent’anni eravamo innamorati, ero al settimo cielo, eccitata e donna fino all’inverosimile, mi chiesi stupita come avessi potuto scordarmi di quel ragazzo gentile e bellissimo che mi regalò dei sogni giovani e freschi in un’estate che pensavo di non poter mai più scordare. Avevo voglia di fare l’amore con lui, volevo che fosse come la prima volta, in quella camera povera che aveva lo stesso numero, 345, come la suite con idromassaggio e bagno in marmo che Alberto aveva prenotato quella mattina assolata e bellissima. L’avrei fatto subito, perché dopo che nella hall di quell’  hotel ci baciammo così di slancio e con tanta passione, più di vent’anni scomparvero all’improvviso lasciandomi nuda nell’anima e sensibile come una tesa corda di violino. Ma poi pensai che sarebbe stato ancora più bello attendere che nel pomeriggio ubriachi di vino e di passione, dopo un pranzo incasinato e indimenticabile, facessimo un amore spensierato e giovane, l’avrei dominato come vent’anni prima e l’avrei fatto esplodere di eccitazione, esplodendo anch’io nella maniera più bella e dolce, dando liberamente sfogo, senza affanni, alle nostre realtà più intime, ancora innamorati, sempre innamorati.

<<Alberto!>>Lo chiamai dal bagno. << Sono un poco invidiosa che tu hai una figlia, sarà bellissima e gentile come te, io non ne ho avuti e forse è troppo tardi! Ma dimmi, come ci si sente ad avere dei figli?>>

Non so perché gli feci quella domanda, mi venne spontanea, senza pensarci, l’ebbi sulle labbra e se ne uscì da sola per i fatti suoi. Sentii la sua voce commossa rispondermi da fuori dalla porta:

<<Credo che sia una delle speranze più belle della vita, anzi la certezza più bella!>>Mi rispose.

Poi sembrò fermarsi per un attimo a pensare:

<<Ma come fai a sapere che ho una figlia?>> Mi chiese.

<<Ho sentito la tua telefonata, se non volevi che lo sapessi dovevi stare più attento.>> Gli risposi, ormai avevo aperto la porta del bagno e mi ero lasciata ammirare in tutto il mio splendore, mi accorsi con piacere del suo sguardo adorante.

<<No, no, per carità, è una realtà tanto bella che non ho nessuna intenzione di nasconderla, ha da poco compiuto sedici anni e non la vedo ormai da quattro settimane, lei vive con sua madre tra la Liguria e gli Stati Uniti, mi sembra di non vederla da un’eternità, il suo sorriso mi convince che nonostante tutte le difficoltà di un matrimonio fallito, ne valeva comunque davvero la pena.>>

Sentire che aveva avuto una moglie mi rattristò per qualche secondo, ma sentire che il suo matrimonio fosse andato a gambe all’aria mi diede una netta sensazione di gioia. Era dunque libero, pronto ad avere con me quello che quel dannato oblio ci aveva tolto. In quel momento decisi che lo volevo e volevo che tutto ciò che avevamo diviso, tutti i segreti e le passioni, tornasse attuale e pronto per essere finalmente goduto a lungo… ne avrei fatto il mio schiavo, felice di esserlo, perlomeno nei momenti di intimità più estrema, per il resto sarebbe stato Alberto, l’avrei amato e rispettato, mentre lui mi avrebbe adorato e amato per il resto delle nostre vite, mi sentivo così a mio agio!

Stare vicino a lui, con lui, mi dava una sensazione di potenza, di libertà e di felicità che non ritenevo più possibili nella mia vita divenuta così arida. Mi avvicinai al suo volto, lo osservai così da vicino e mi accorsi del tempo che era passato sulla sua carne, ma mi accorsi anche dei suoi occhi identici alla gioventù che stava svanendo. Decisi che ero ancora innamorata di lui e che lui era innamorato di me. Pensarlo mi diede un emozione molto forte e molto bella.

<<Allora andiamo? Ho una fame!>>

<<Si andiamo, pensavo a che grandi vini potremo bere! Promettimi ancora che faremo tutto ciò che ci andrà, senza pensare a chi giudica, senza pensare alle loro facce, se non per riderne…<< Si fermò un attimo come pensieroso, poi mi guardò con un’espressione ormai dolcemente vinta e mi disse:

<<Ti amo, ti amo ancora come prima del nostro dannato oblio!>>

<<Anch’ io!>> Gli risposi e andammo a prendere quella ridicola punto che per qualche ora si era sentita snob, parcheggiata com’era tra macchine di lusso, molto più vanitose di lei.

 

Pranzammo sopra le righe, fu così strano trovarsi in quel posto come due ragazzini stupiti e divertiti, come se avessimo solo un paio di jeans e noi stessi, in realtà in due avevamo tanti soldi da fare schifo, ma in quel momento ci sentimmo poveri e felici, mentre bevevamo champagne per aperitivo e una raffica di vini sempre più costosi e divinamente buoni accompagnati a piatti in cui i sapori si definivano in maniera splendida e discreta, sembravamo guardarci stupiti di come avremmo potuto permetterci tali delizie. Ma la nostra felicità leggera e divertita ebbe il sopravvento mentre educatamente ubriachi stupivamo gli avventori, seri e orgogliosi di essere li, con la nostra leggerezza e le nostre strane risa. Parlammo di progetti e di sogni, parlammo di noi, ci raccontammo i vent’anni di oblio e ci promettemmo di non scordarci mai più di tutto questo.

Dopo pranzo ci ricordammo dell’immensa eccitazione che ci dava fare l’amore senza regole, pieni di noi e della nostra bellissima intimità. Ci accogliemmo uno nell’altro, lo guardavo mentre mi massaggiava i piedi e mentre sotto di me avrebbe accettato tutto pur di avermi, dio quanto lo amavo, dio quanto mi amava. Non sapevo più che si poteva dare ed avere così tanto, ma non riuscii a stupirmene: era così naturale e bello.

E poi ci amammo teneramente e con una consapevolezza assoluta di volerci, certi che le nostre vite si stavano fondendo, come quando tutto aveva avuto inizio, con la sua Marlboro rossa tra le labbra e la mia canzone preferita nella testa. Amore, amore mio, non ci sarà più niente in grado di separarmi dal tuo amore sottomesso ed esaltante! Non sapevo cosa e come sarebbe stato, ma sarebbe stato come avevamo sognato nelle nostre notti innamorate e nel nostro pomeriggio alla 345, in quel letto benedetto e bagnato dalle nostre esplosioni di lussuria.

Ci fermammo a dormire in quella stanza, non uscimmo fino alla mattina seguente, cenando in camera con abbondante champagne, non ottimo come a pranzo, ma accettabile e divertente, facemmo l’amore ancora e ci addormentammo nudi e abbracciati. Quella notte sognai un altare che sfuggiva tra le nebbie e un volto amico e saggio che ne rideva, così anch’io risi e mi distesi tra le sue braccia e le sue parole, felice e libera, senza avere timore della mia resistenza alla vita, anzi lasciando che mi scorresse dentro a queste vene egoiste e piene di pulsioni contrastanti. Mi svegliai serena e giovane, il vino abbondante del giorno prima sembrava non aver lasciato traccia, niente male alla testa, niente pesantezza, niente pentimento, lo guardai, era come me l’aspettavo, era ancora un sogno come il vestito nero che appoggiato sulla spalla della sedia sorrideva il suo fascino.

Aprì gl’occhi e mi guardò grato di quella notte e di quell’ abbraccio. Mi sentii felice come non credevo fosse possibile, ed ecco che ci promettemmo qualcosa, così, appena svegli, entrambi giovani e innamorati:

<<Non permetterò più a quel dannato oblio di vincere il nostro amore!>> Mi disse lui.

<<Farò lo stesso!>> Gli dissi io.

<<Cosa possiamo inventarci ancora? Ho ritrovato lo splendore della vita, abbiamo tutto e non voglio avere meno di così! Voglio di più…>> Mi disse.

<<Cosa, cosa puoi volere di più? In questo momento noi abbiamo tutto, non posso pensare che si possa sperare di più!>> Gli dissi tremando per l’emozione.

<<Ti credo, anzi ti adoro, sono qui a guardarti e riempirmi del tuo profumo, tutto il resto, tutti i pensieri ed i rimpianti fuggono lontano, ti amo Monica, ti amo, stai vicino a me, adesso e sempre.>>

Quando finì di pronunciare queste parole, rimasi in silenzio per qualche istante, gli carezzai i capelli radi e la testa, poi lo abbracciai e violentemente lo trascinai verso il mio sesso per godere della sua lingua addestrata e piacevole. Rimase lì a stimolare il mio piacere per un poco, poi dopo che in me esplose un grandissimo orgasmo dentro di lui, tra le sue labbra, tornò col volto vicino al mio.

<<Ti lascerò comandare per il resto della nostra vita.>>Mi disse eccitato.

<<Allora ti comanderò con ferma dolcezza.>>

<<Sarà la storia d’amore più sconvolgente e appassionante a memoria d’uomo, lo prometto!>> mi disse serio.

<<Ti credo amore, ti credo davvero! E anche io ti prometto che sarai mio per sempre, in ogni attimo ed in ogni forma, non ci saranno sconti, ne per te, ne per me!>>

Le parole mi uscivano come fiumi in piena, senza controllo, trascinate da emozioni prepotenti e da segnali strani, che mi arricciavano il cuore in tumulti solidi e stranissimi.

Lo guardavo e l’attrazione fatale che mi pervadeva aveva confini poco nitidi, perché troppo incomprensibili alla mia ragione matematica, mi chiesi se lui avesse la possibilità di comprendere meglio il tutto, decisi di chiederglielo, ma poi, senza un motivo preciso preferii restarmene zitta e godere, abbracciata, del suo profumo e della sua presenza.

Fuori brillava un sole giallo e il cielo era stranamente limpido, come ciò che tra noi avevamo ritrovato grazie a un destino incrollabile. Ero felice, ero tanto felice, come tanti anni fa mentre sapendo con certezza del mio dominio mi abbandonavo a colui che dominavo con estrema pace e con profondo piacere. Eppure avevo una parte di me che chiamava con insistenza, come per avvisarmi di un pericolo lontano ma possibile, sembrava dirmi di fare attenzione di non scordare…

 

<<Ora devo andare!>>Mi disse all’improvviso.

<<Come sarebbe, dove devi andare?>> Gli chiesi un tantino sconcertata.

<<Devo andare a trovare mia figlia, ma se vuoi puoi venire con me, abita con sua madre in Liguria a Tellaro, mi piacerebbe che lo vedessi, è un borgo magnifico, affacciato su di un golfo che chiamano dei poeti, pieno di magia e sole, lei è stata  concepita li,  ora sua madre  dipinge le suo opere mediocri in quel luogo e mi chiede soldi, ma lei è un angelo, lei è speciale e vive in un posto speciale.>>

Il suo volto era disteso e pacifico mentre mi dava questa risposta, i suoi occhi brillavano dei ricordi della figlia e di quel luogo per lui magico, cosi decisi di seguirlo:

<<Verrò con te! Verrò a visitare quel borgo che ti piace tanto, vedrò tua figlia e me ne innamorerò, perché amo te!>> Gli dissi.

Suonò il cellulare, mi chiesi perché cazzo non l’avessi spento…

<<Pronto?>> Risposi, ormai aveva suonato e non sapevo resistere ad un numero che non conoscevo.

<<Sono Sarber, ci sono dei problemi con le firme di suo marito, mi scusi se la disturbo, ma è importante, per trasferire il tutto abbiamo bisogno anche della sua firma, altrimenti le autorità non lo permetteranno… sa si tratta… insomma sono parecchi milioni di euro…le chiedo di capire… so che non è in Spagna ora, ma…>>Rimasi esterrefatta, quel deficiente che mi aveva lasciato ogni cosa fino alle mutande era riuscito nell’inconsapevole vendetta di rovinare uno dei momenti più esaltanti della mia vita! Guardai Alberto con una sottile paura, un sentimento crescente di angoscia che mi imponeva una scelta, non era logico come sentimento, avrei potuto volare a Madrid e in poche ore, per l’indomani sarei stata in quel borgo magico di cui mi diceva, eppure più nel profondo sentivo che la scelta sarebbe stata definitiva… ma si trattava di parecchi soldi, milioni di euro…

<<Sarò li per le sei di oggi!>> Dissi e riattaccai. Appoggiai il telefono:

<<Mi porteresti in aeroporto, devo sbrigare una faccenda a Madrid, si tratta di un mucchio di soldi! Ti prometto che domani sarò di ritorno. Tu vai da tua figlia, io prenderò il primo aereo per l’Italia e ti raggiungerò a Tellaro.>>