CAPITOLO PRIMO
Genova aveva sempre il suo fascino. Un giardino pensile, una cascata di case colorate che si specchiavano sulle acque del Mediterraneo.
Quando Aria arrivò al porto, la nave che l’avrebbe traghettata era già ormeggiata all’imbarco numero sette, dove una manciata di uomini in canottiera sudata, panciuti e poco gradevoli ordinavano le auto secondo un criterio solo da loro conosciuto; alla terza indicazione non riuscì a trattenere la battuta e, con la testa fuori dal finestrino sbottò: << Sono donna, non stupida! >>
Si piazzò, come indicato, sulla seconda fila dietro una macchina tappezzata di teli mare che ospitava una coppia assopita. Arrestò il motore, scese dall’auto facendo un giro su se stessa e scandagliò il grande piazzale accendendosi una sigaretta.
Puntò l’indicazione dei bagni e seguì, prima con lo sguardo e poi con le gambe, il percorso. Due rampe di scala a scendere e una serie di cunicoli, a destra per le signore, a sinistra per i signori. Definirli tali, dopo aver fatto visita a quei servizi, era sempre difficile.
Quando uscì da quella catacomba di urine e puzza, una domanda curiosa si insinuò tra i suoi pensieri:
<< Perchè i bagni delle donne stanno sempre alla dritta e quelli degli uomini alla mancina? >>.
Si diede una risposta sorridendo: << Le donne sono fasciste, gli uomini comunisti, è solo una questione politica e gli omosessuali sono i centristi >>. Le battute non erano il suo forte.
Abbandonò gli agi di quella scatola refrigerata per tuffarsi nuovamente nella calura amplificata dall’asfalto. Il piazzale si era completamente riempito di macchine, un gran vociare tutto intorno, mix di musiche che provenivano dai vari stereo le suggerirono di cercare tranquillità nel libro che aveva appena iniziato, facendosi risucchiare completamente dalla storia ed escludendo il bordello da fiera di paese.
Completamente rapita dalla lettura, si concesse una pausa, solo il tempo necessario al trasferimento sulla nave alla ricerca di un posto comodo per la traversata. Riprese il suo romanzo leggendo fino alla mezzanotte.
Finalmente il gregge si era ritirato: si poteva respirare. Uscì sul ponte a fumare e tutti i pensieri che aveva sopito, tenendo il libro tra le mani, le rovinarono nella mente, ma solo per un attimo. Guardando la scia schiumosa lasciata dalla nave, si rese conto che tutto stava alle sue spalle; in mezzo al mare lontana dal suo habitat. Quella striscia bianca, che poteva sembrare un cordone di unione con la terra ferma, diventava sempre più sottile fino ad essere un filamento appena visibile, per poi scomparire del tutto.
Con un sorriso nell’anima, sentenziò a sé stessa che, niente di quanto aveva lasciato dietro di sé, avrebbe potuto raggiungerla. In quel momento la pace si impossessò di lei e con gli occhi positivi guardò l’acqua illuminata dal quarto di luna calante; quel bagliore permetteva, nonostante la notte, di scorgere l’orizzonte, dove cielo e mare si univano e i pesci saltando potevano toccare le stelle e depositando perle, renderle ancora più luminose per la gioia di chi, con pazienza, sapeva aspettare il passaggio delle nubi per godere del firmamento.
Le venne in mente il film straordinario interpretato da Jim Carrey, “The Truman show”.
<< Il nostro destino è un copione, il mondo un teatro e noi non facciamo altro che recitare la parte affidataci, inconsapevoli, pensiamo di fare delle scelte, ma in realtà tutto è scritto. Dei burattini mossi da mangiafocose mani, liberi solo di pensare, ma sottovoce…>>.
Sbarcò il mattino successivo. Due ore di guida la dividevano dalla meta delle sue vacanze. Percorreva l’ampia strada riempiendo i suoi sensi degli spettacoli offerti gratuitamente dalla natura. Cirri in pompa magna facevano capolino dalle alture incattivite da un clima torrido segnando il confine con un cielo che, a troppo fissarlo, dava le vertigini tanto era scintillante. Di quando in quando poggiava gli occhi sullo specchietto e sorrideva, finalmente il suo sguardo rivelava la vera età e dietro non rumoreggiavano più gli spettri dei secoli.
Si sentiva stanca, la notte non le aveva dispensato ore di sonno e, nonostante il sole fosse ancora basso a oriente, la calura premeva già sulle tempie e pesava sui movimenti limitati della guida.
Decise per una sosta alla prima stazione di servizio, ritenendola una scelta saggia; mai successo di addormentarsi al comando della sua quattro ruote, ma l’idea che potesse accadere la terrorizzava.
Un cartello sul ciglio della strada le proponeva l’oasi ambita ad una ventina di chilometri. Quindici minuti di torpore la dividevano da una buona colazione e una toilette nella quale potersi rinfrescare.
Spinse sull’acceleratore divorando il grigio della strada, l’aria entrava dal finestrino, completamente abbassato, giocando con la sua chioma serica. Le ciocche ramate, catturate dai refoli, dopo qualche girandola ricadevano dolcemente sulle spalle, sentiva il sudore colare giù per la schiena quando vide l’indicazione gialla del “Maestrale” trecento metri alla sua destra, mise la freccia per svoltare e si diresse al parcheggio. Tirò il freno a mano, dopo aver spento il motore, in un punto riparato da fronde sufficientemente rigogliose a garantire una temperatura decente per la ripresa del viaggio, tolse le chiavi dal quadro, prese la borsetta, scese e si avviò verso il baule. Oltre alla valigia, era alloggiato un capiente beauty case nel quale aveva infilato alla rinfusa dell’intimo: un reggiseno, un paio di slip, una maglietta, più i soliti prodotti da toeletta. Lo agguantò e, chiusa l’auto, si diresse verso l’ingresso.
Davanti a lei si estendeva una struttura ampia, su un unico piano con un tetto che prolungava il suo raggio d’azione creando una grande zona d’ombra sotto la quale erano stati collocati tavolini, sedie e un paio di dondoli davvero invitanti, foderati con enormi cuscini che parevano nuvole; promettevano lunghi momenti rilassanti.
Non c’era presenza di vita, forse l’ora era ancora giovane per catturare clienti.
<<Meglio così!>> pensò, lisciando con lo sguardo uno dei dondoli. Poteva prendersi tutto il tempo che voleva e aveva intenzione di farlo.
Entrando, fu inebriata dal profumo di croissant appena sfornato che fece sobbalzare dapprima il suo olfatto e poi le sue papille, provocando un aumento della salivazione al pensiero della friabilità della pasta mentre veniva addentata, seguita da uno schizzo di crema freschissima che avrebbe potuto risuscitare un morto e per finire la granella di zucchero da sgranocchiare tra i denti a celebrare i piaceri della gola.
Riteneva che la natura, in questo senso, fosse stata molto buona con lei. Non aveva mai avuto la necessità di mettersi a dieta, anzi, poteva mangiare, esagerando con qualsiasi tipo di cibo senza la preoccupazione della linea, che peraltro era sempre strepitosa.
Si avvicinò al banco. Dietro, un omino sui sessanta, sorrideva sotto un paio di baffoni grigi che compensavano la forte stempiatura, due occhi vivaci accentuavano quel sorriso: <<Buongiorno signora.>>
<< Salve! Vorrei un cappuccio con brioche, succo di frutta…ma prima faccio un salto in bagno… >>.
Lui con affabilità asserì col capo: <<I servizi sono da quella parte, in fondo al corridoio sulla destra.>>Lo ringraziò ricambiando il sorriso.
Prevenuta aprì la porta, con la quasi certezza di ritrovarsi davanti il solito cesso stantio.
Fu accolta da un ambiente discretamente spazioso con una finestra dalla quale entrava un fresco profumo di gelsomini e si sorprese a godere di quella situazione. Finalmente dopo tanto, ma veramente tanto tempo, si sentiva bene.
Uscì dopo dieci minuti, rinfrescata e cambiata, prese la colazione e come aveva giurato affondò il suo sedere nei cuscini del dondolo all’esterno.
La quiete in quell’angolo di paradiso era quasi innaturale. La strada non era distante, ma i suoi rumori non oltrepassavano i confini di quella riserva. Immersa nella pace e lontana dai ritmi logoranti, sorseggiava il suo succo di ace rosso spiando il volo di una farfalla.
Sperò che nessun essere umano nei pressi di quello scorcio di eden desiderasse un caffè, voleva egoisticamente continuare a crogiolarsi nel piacere di quella beata solitudine ancora per un po’.
Era un luogo davvero singolare, la volta celeste che le faceva da ombrello non aveva nulla da spartire col grigio di casa sua. Pareva lo scenario di una fiaba, preparato da bambini che avevano abusato con l’azzurro, ripassando più volte i pastelli fino ad ottenere uno strato talmente spesso che nessuna nube minacciante pioggia avrebbe potuto anche solo pensare di rovinare, col suo passaggio, tanto era lo splendore. Quella tonalità così sfavillante donava, a tutto ciò che in lei si specchiava, una luce particolare. Pensò che niente, sotto quella nuance, poteva apparire brutta, tutto acquisiva grazia, delicatezza e amabilità. Intorno l’area di parcheggio, arbusti bassi verdi intervallati da maestosi fiori fucsia e viola, davano fascino a una terra tendenzialmente arida e spoglia.
Pensò al gestore che stava all’interno e a quanto doveva prodigarsi per mantenere quel cantuccio di empireo. Era risaputo che a quelle latitudini l’acqua scarseggiava ed era preziosa come l’oro. Chissà se viveva in quel luogo? Forse no! A giudicare da quanto aveva visto, non c’era traccia di abitazione, un pick up un po’ malridotto era testimone dei viaggi da pendolare di quell’uomo che, probabilmente, apriva il locale nella bella stagione, contando sul passaggio dei turisti.
Posò il bicchiere per aprire la sua borsa, ne estrasse un’agenda che aprì e sfogliò con cura, pinzando con delicatezza le pagine.
Si fermò sulla data del ventuno luglio per leggere l’appunto: Rebel, Via Sas Renas 49.
Un tocco leggero dell’indice, passava e ripassava su quella nota. Era la sua meta.
Là c’erano gli occhi di lapislazzuli che le donavano la vita ogni volta che raccoglievano il suo sguardo.
Si lasciò trasportare e ripensò alla prima volta che le sue dita lo sfiorarono. La sua pelle era un delirio, ne sorbiva il profumo, il dolce umidore della bocca aveva il gusto di un immenso frutteto, zuccherino e variegato, sotto le gocce della rugiada in una fragrante mattina di inizio estate.
Stesa accanto al suo corpo, con gli occhi socchiusi, lasciava le sue mani librarsi con leggerezza. Momenti eterni e attorno soltanto il silenzio, come se il mondo intero stesse trattenendo il respiro.
Oro vivo, questo erano.
Schiuse un sorriso sulle labbra di ciliegia al pensiero del momento in cui, a breve, si sarebbe sciolta, come fiocchi di neve al sole, tra le sue braccia.
Sentiva le palpebre farsi pesanti e ritenne che l’idea di mettersi in viaggio in quel momento fosse pessima, si disse che avrebbe serrato gli occhi solo per cinque minuti, massimo dieci, il tempo giusto per allontanare il torpore che si era impossessato delle sue membra e che stava irretendo anche la mente, per trasportarla nel mondo, un tempo temuto, dei sogni.
