Prologo
Maggio 1812
<<Lord
Wellington. L’abbiamo trovato.>> Annunciò trafelato il soldato, entrando
nel rustico capanno in cui Lord Hartur Wellesley 1° duca di Wellington, al
tempo ancora visconte, aveva installato il suo quartier generale in Spagna.
<<Il tenente Lowel si trova nell’ospedale da campo. E’ ferito, ma chiede
di vedervi con urgenza. Sostiene di avere importanti notizie per voi.>>
Lord
Wellington sospirò sollevato dalla notizia che, Alexander Lowel fosse ancora
vivo e smise di passeggiare spasmodicamente, per seguire il soldato che lo
precedette verso l’ospedale da campo.
Aveva
mandato da giorni il soldato Lowel in avanscoperta a studiare la posizione di
Marmont e scoprire quanti uomini avesse a propria disposizione per poter
elaborare un piano d’attacco e, il suo ritardo nel tornare, cosa peraltro
inconsueta, lo aveva convinto che il giovane medico fosse sicuramente caduto.
Preoccupato,
a grandi passi, il generale si diresse verso l’ospedale da campo che distava
poche centinaia di metri dai propri alloggiamenti. La sua preoccupazione era
dovuta, oltre che per l’andamento della guerra, anche per la salute di uno dei
suoi migliori uomini.
Wellington
aveva incontrato Alexander Lowel qualche anno prima ed era rimasto ammirato dal
suo sangue freddo e dalla sua professionalità come medico.
Era
il 1810: i francesi in fuga, dopo essere stati sconfitti a Masséna sulle alture
del Bussaca con un ultimo attacco delle retrovie, avevano coperto la ritirata
sparando alcune cannonate, per fortuna senza gravi conseguenze, tranne che per
alcuni feriti lievi fra cui Wellington stesso. Così, cedendo alle pressioni dei
suoi sottoposti, si era recato nell’ospedale da campo per farsi medicare
un’abrasione sul braccio che egli stesso riteneva una piccolezza. Dopo averlo
visitato, il giovane medico gli aveva portato del whiskey e delle bende.
Quel ricordo lo fece sorridere suo malgrado. Ricordava perfettamente la professionalità del giovane, l’umanità e l’umiltà con cui trattava i soldati feriti o moribondi e la sufficienza con la quale aveva trattato lui.
<<Non ho tempo per medicare questo graffio, generale.>> Annunciò, quasi seccato, il dottor Lowel. <<Ci sono troppi ragazzi che, senza un mio tempestivo intervento rischiano di morire. Non credo sarà difficile per voi trovare tra i vostri lacchè qualcuno che vi aiuti a disinfettare il vostro braccio.>> Terminò facendo un cenno verso i soldati che avevano accompagnato Wellington da lui.
Mentre
i sottoposti trattenevano il respiro di fronte a tanta insolenza, Wellington
invece di offendersi, si mise a ridere colpito dai suoi modi.
<<Bravo
ragazzo. Di fronte al dolore e alla morte siamo tutti uguali. Torna a lavoro e
fai del tuo meglio per rimandare vivi a casa questi figli d’Inghilterra.>>
Da
allora Wellington aveva sempre tenuto in gran considerazione il giovane
ufficiale, anche dopo aver scoperto chi era stato in realtà e che passato si
portasse sulle spalle, e se all’inizio lo aveva solo ammirato come uomo e come
medico, durante quegli anni aveva imparato ad ammirarne il coraggio come
soldato, tenendo in considerazione i suoi punti di vista, quando si trattava di
elaborare una strategia militare per sconfiggere il nemico.
Wellington
entrò nel granaio-ospedale e si diresse verso l’amico, rimanendo sempre
impressionato dalla sofferenza che albergava in quei luoghi.
Il
lamento continuo dei feriti era uno strazio per le orecchie e per l’animo
umano, soprattutto pensando che molti di quegli uomini non avrebbero rivisto il
patrio suolo; l’odore pungente di medicamenti e sangue lo faceva sentire
colpevole e responsabile nei confronti delle famiglie di quei giovani soldati.
Quante
madri e quanti padri non avrebbero riavuto indietro i propri figli e quante
spose non avrebbero più rivisto i propri mariti, per non parlare di quanti
figli sarebbero rimasti orfani senza un padre da amare con la sola misera
consolazione che la vita del loro congiunto era servita a rendere grande la
patria e a rendere la loro una vita infelice.
Ghermito
da questi angoscianti pensieri, lord Wellington si avvicinò alla misera branda
sulla quale era disteso l’amico, cercando di mantenere un atteggiamento leggero
e distaccato pur essendo impressionato per le condizioni in cui versavano lui e
i soldati ricoverati nel granaio.
<<Tenente
Lowel, che avete combinato? Cosa diavolo vi è capitato? Non sapete che non
avete il privilegio di farvi ferire? Ci servite qui. Vivo.>> Esordì
Wellington non mostrando la minima emozione.
Il soldato Lowel, non senza sforzi, riuscì a
schiudere gli occhi e a mettere a fuoco la figura del proprio interlocutore.
<<Lord
Wellington, anche per me è una sorpresa. Pensavo d’essere invulnerabile, ma a
quanto sembra, non è così.>> Rispose in un sussurro, non avendo la forza
di parlare a voce più alta. La spalla gli pulsava dolorosamente e sembrava che
qualcuno volesse staccargli il braccio.
Alexander
era stato ferito alla spalla sinistra, ma non in modo preoccupante. La gravità
delle sue condizioni era dovuta all’aver perso troppo sangue prima di essere
ritrovato.
<<Lord
Wellington.>> Mormorò il giovane, passandosi la lingua sulle labbra
aride, sforzandosi di non perdere conoscenza <<Porto notizie urgenti.>>
Assicurò. <<Marmont è nei pressi di Ciudad Rodrigo. Ha con sé non più di
40.000 uomini.>> Parlare gli costava uno sforzo enorme e inframmezzava
alle parole lunghi silenzi rimanendo sempre con gli occhi serrati.
<<La sola cosa che possiamo fare.>>
Suggerì <<Se mi è permesso dirlo è avanzare verso di lui, fino a
Salamanca; se la fortuna dovesse assisterci, potremmo dargli battaglia là, ma
se non dovessimo riuscirci, egli non potrà far altro che ripiegare verso Duero.>>
A quelle parole seguì un lungo silenzio: il giovane era sfinito. Wellington
attese con trepidazione che Lowel parlasse, per avere un segno tangibile che
fosse ancora vivo e cosciente.
<<Se
riuscissimo ad impedirgli un ripiegamento.>> Continuò in un sussurro il
sottufficiale, mentre ingoiava a vuoto <<Non potrebbe ricevere alcun
aiuto. Nel caso in cui però dovesse riuscire a ritirarsi, sull’Asturie troverà
circa 12.000 uomini pronti ad affiancarlo. Questo, lord Wellington, è quanto
sono riuscito a scoprire.>> Terminò in un singulto.
Alexander
Lowel era esausto. Non sarebbe riuscito a dire altro. Aprì gli occhi e li fissò
sull’unico uomo a cui del suo passato non era mai importato.
Wellington
rimase sorpreso, come sempre, dagli occhi di ghiaccio di quel giovane, che esigeva
e dava sempre il massimo di sé stesso, per provare al mondo di essere un uomo
migliore di quello che la società, cedendo ai pregiudizi, lo aveva sempre
creduto.
<<Ben fatto ragazzo. E’ grazie a voi se adesso abbiamo elementi sufficienti per poter stabilire un piano d’azione.>> Dichiarò, ringraziando il giovane che aveva messo a repentaglio, non per la prima volta, la propria vita pur di portare la notizia al generale.
Quella,
fu l’ultima volta che Alexander rese servizio a lord Wellington. Le sue condizioni
divennero più gravi del previsto così, su preciso ordine del generale, fu
rimandato in Inghilterra. Alcuni giorni dopo il ritrovamento del giovane, Wellington
stesso volle comunicargli la notizia del suo congedo raggiungendolo, come ogni
giorno dacché era stato ritrovato, nell’ospedale da campo.
<<Tenente
Lowel! Finalmente avete ripreso conoscenza! Stavolta abbiamo temuto davvero di
perdervi.>>
Il generale fece una pausa, non sapendo come
Lowel potesse reagire alla notizia che intendeva comunicargli.
<<Sono qui per congedarvi. Siete stato
di grande aiuto, ma nelle vostre attuali condizioni non credo sia possibile per
voi rimanere qui. Sarete rimandato in patria con gli altri feriti e quando
questa guerra terminerà, e ritornerò vittorioso in Inghilterra.>> Sostenne,
convinto dalla sua affermazione <<Vi prometto che la macchia sul vostro
nome sarà cancellata. Non credo ad una sola parola di ciò che mi hanno
raccontato di voi, se questo vi può essere di consolazione.
Avete
troppo riguardo per la vita umana per poterne togliere una e possedete troppo
onore per macchiarvi del reato che vi è stato imputato. Lowel, avete tutto il mio appoggio e
rispetto, come soldato, come medico, ma soprattutto come uomo.>> Concluse
Wellington accennando un saluto militare.
Alexander
non replicò e chiudendo gli occhi cadde in un oblio da cui si svegliò molto più
tardi.
Stava
per ritornare a casa e a tutto quello che lo aveva portato ad arruolarsi.
Sinceramente quando era entrato nell’esercito, non pensava di uscirne vivo, ma
a quanto pareva Dio non era stato misericordioso con lui e l’aveva lasciato in
vita ad affrontare nuovamente tutti i fantasmi del suo passato, solo che adesso
non poteva scappare come quattro anni prima. Adesso, avrebbe dovuto trovare la
forza per affrontarli e sconfiggerli se avesse voluto vivere in una parvenza di
serenità. A trenta anni non poteva più fuggire.
Il suo viaggio di ritorno, fatto su un carro, fu allucinante e interminabile e spesso, temette di non arrivare vivo a destinazione. Le sue condizioni precarie lo avevano lasciato in un perenne limbo di dolore e d’incoscienza, ma si attaccava con tutte le sue forze alla voglia di tornare a casa dove avrebbe ritrovato sua madre, i fratelli Russell e Luke e la sua amata sorella Melinda, e oltretutto aveva una promessa da mantenere: aveva giurato a Teresa che, tornato in Inghilterra, l’avrebbe aiutata a rifarsi una vita; e lui le promesse era abituato a mantenerle sempre
iunto
nella sua casa in Scozia, cominciò a riprendersi e lì lo raggiunse la notizia
che gli eventi da lui previsti in Spagna si erano trasformati in realtà e
Wellington aveva costretto Marmont a ripiegare verso Duero e, proprio come lui
aveva ipotizzato, dall’Asturie aveva ricevuto i rinforzi, ma le cinque
divisioni inglesi appostate ad Arapiles lo avevano attaccato e avevano spaccato
in due il suo esercito. Marmont, in quella battaglia era rimasto ferito e il
suo posto era stato preso da Clausel che era stato costretto a ripiegare per
Valladolid e poi ancora verso Burgos. Non avendo ricevuto per tempo i rinforzi
da Madrid, Giuseppe Bonaparte era stato costretto a ritirarsi a Valenza. Così
Wellington era entrato a Madrid da vincitore.
Avevano
vinto la battaglia.
Era
il
Capitolo primo
Palazzo di lord Hartur Wellesley, visconte di Wellington.
Alexander Lowel, conte di Warwick, guardava con cinismo e
insofferenza la folla danzante nella sala da ballo riccamente decorata per
l’occasione, trattenendo a stento uno sbadiglio, mentre accuratamente si teneva
alla larga dagli altri invitati, seminascosto in un angolo poco affollato,
sorseggiando pigramente uno champagne da un flute di finissimo cristallo.
Non
più di quattro anni prima, la stessa nobiltà, che oggi faceva carte false per
assicurarsi la sua presenza ad un ricevimento, aveva escluso il sig. Alexander
Lowel, sia perché era, come qualcuno mesi prima gli aveva fatto notare, un
semplice signor nessuno, sia per gli scandali che in passato avevano macchiato
il suo nome e prima ancora quello di suo padre.
Ricordava
ancora come tutti quei damerini danzanti lo avevano guardato dall’alto in
basso, quasi fosse un repellente scherzo della natura, mentre ora avevano
l’ardire di chiedere la sua presenza ai loro festini.
Quante volte aveva letto l’espressione delusa
sul volto di sua moglie, quando dopo essersi sposati, nessun invito era mai
giunto alla loro casa!
Volse
lo sguardo annoiato verso un gruppo di ragazzine, sicuramente alla loro prima
stagione, avvolte in finissimi abiti, stile impero, dalle tinte tenui e notò
gli sguardi sfacciati che gli lanciavano da dietro i loro ventagli. Piccole
sfrontate! Nel giro di pochi anni, sarebbero diventate puttane matricolate,
pensò con disgusto, sorseggiando lo champagne per celare la propria espressione
sdegnata.
Già,
puttane come lo era stata sua moglie.
La
sua esperienza in fatto di donne era stata molto istruttiva e distruttiva al
tempo stesso. Aveva stabilito che era pericoloso affidare il proprio cuore ad
una donna, poiché per ben due volte si era trovato nella condizione di
perderlo, ma non sarebbe mai più successo.
Alexander o Alex, come lo chiamavano più spesso i suoi pochi amici,
aveva stabilito che ad una donna si potevano concedere solo pochi e soddisfacenti
amplessi, senza nessun coinvolgimento emotivo; in fondo era l’unica cosa che
davvero le interessava, oltre ai soldi e ai gioielli.
Sorrise
all’indirizzo delle signorine che sembravano mangiarselo con gli occhi e i loro
modi gli ricordarono ancora Julia, sua moglie o per meglio dire, la sua defunta
moglie. Una fitta d’amarezza lo avvolse, ma subito si affrettò a scacciarla
guardandosi intorno alla ricerca di qualche bella donna, possibilmente moglie
annoiata, per farne la sua nuova amante. Le mogli annoiate, come aveva avuto
modo di scoprire, erano le più intraprendenti, e il fatto di sapere che c’era
possibilità che un marito geloso potesse scoprirli mentre erano
ancora a letto, rendeva il tutto molto più eccitante. Era da un paio di mesi
che non aveva un’amante fissa e frequentare case di malaffare non si confaceva
ai suoi gusti. Volse il suo sguardo altrove e non lontano scorse lo zio, il
fratello di suo padre che, quando anch’egli ebbe modo di notarlo, impettito gli
voltò le spalle. Alexander rise fra sé Chissà quanto gli
era roso che il nonno non lo avesse nominato suo unico erede e quindi anche
conte? Ricordava ancora l’espressione allibita dello zio, quando all’apertura
del testamento, qualche mese prima, non era stato nominato terzo conte di
Warwick, ma sul testamento figurava come erede universale Alexander William
Frederick Lowel. Ancora Alex ricordava il proprio sbalordimento nello scoprire
d’aver ereditato il titolo e tutti i beni del nonno e soprattutto che lo zio
era rimasto a bocca asciutta.
<<Non può essere avvocato. Mio fratello è stato diseredato. Non è possibile, quindi che mio padre ne abbia nominato il figlio come suo successore.>> Aveva urlato lo zio vedendo sfumare tutti i propri sogni di ricchezza e potere. Era stato lui, scoprì Alex in seguito, che aveva sempre avvelenato la mente del nonno, mettendolo contro suo padre. Era tutta colpa sua se il nonno non li aveva aiutati come avrebbe voluto, ma prima di morire aveva deciso di fare ammenda diseredando suo figlio minore e cedendo titolo e beni al primogenito di suo figlio maggiore, com’era giusto che fosse.
<<Signor
Lowel, vi assicuro che è perfettamente possibile.>> Aveva chiarito
l’avvocato, con invidiabile aplomb, mentre Alexander non si capacitava di
quello che gli era appena accaduto. <<Vedete, solo vostro fratello, lord Albert
Lowel è stato diseredato, non i suoi eredi legittimi. Il conte vostro padre,
non ha mai inteso diseredare suo nipote, infatti si è sempre accollato le spese
per gli studi dei suoi discendenti ad Eton. E’ perfettamente legale che il qui
presente Alexander William Frederick Lowel sia da oggi il nuovo conte di
Warwick ed erede di tutto il patrimonio. Questo è l’anello col sigillo dei
Warwick, appartenuto a vostro nonno.>> Spiegò cambiando argomento
repentinamente e, rivolgendo la sua attenzione ad Alex, gli porse un grosso
anello con impresso lo stemma di famiglia raffigurante il falco.
Da
quell’affermazione in poi Alexander non aveva più seguito l’alterco nato tra lo
zio e l’avvocato di suo nonno. Si era alzato come in trance e, rivolgendosi al
legale, gli aveva fissato appuntamento per il giorno successivo alla propria
abitazione per discutere l’ammontare della propria eredità senza essere
disturbati, mentre, con calma apparente, infilava l’anello al dito senza
degnare suo zio di uno sguardo.
<<Come
desiderate Vostra Signoria. >> Aveva annuito con deferenza l’avvocato.
Vostra
Signoria! Alex aveva sorriso al sentirsi rivolgere quel titolo. Quante volte
aveva ripetuto a fior di labbra quelle due parole! Finalmente la fortuna stava
cominciando a girare dalla sua parte.
Arrivato
a casa aveva mostrato l’anello a sua madre, comunicandole così la notizia.
<<Dio
mio Alexander! Non riesco ancora a crederci. Tuo nonno quindi aveva capito che
né tu né tuo padre vi meritavate le colpe che vi hanno attribuito.>> Gli
aveva detto la madre abbracciandolo, piangendo per tutto il disprezzo che
avevano subito in quegli anni.
<<Madre,
io credo che il nonno non abbia mai creduto che papà si fosse macchiato
dell’omicidio della madre di Russell, ma le circostanze lo hanno costretto a
comportarsi come ha fatto. Nominando me come suo successore ha però, cercato di rimediare al male che
abbiamo ricevuto in tutti questi anni, anche se non ritengo possibile che il
bel mondo si getti ai miei piedi grazie al titolo. Occorrerà cancellare l’onta
dal mio nome trovando le prove della mia innocenza.>> Anche suo fratello
Russell si era congratulato vivamente con lui e avevano stabilito di
festeggiare in un nuovo locale che aveva aperto di recente.
<<Verrò
anch’io con voi.>> Si era intromesso convinto Luke, fratello minore di
Alex e fratellastro di Russell.
<<Credo
sia giusto. Dopotutto hai già diciotto anni. Tra poco ti richiuderai ad Eton e
non ci rivedremo prima di qualche mese.>> Aveva acconsentito Alex.
<<Come
sorella di un conte, potrei avere un nuovo guardaroba?>> Li aveva
interrotti Melinda, la sorella di appena sedici anni, cercando di volgere la
situazione anche a suo favore non riuscendo ancora a credere che non avrebbe
più dovuto indossare gli stessi abiti per anni.
Il
volto di Alexander divenne di colpo serio. Guardò la sorella che prometteva di
diventare una vera bellezza, immaginandola con abiti di seta, quella più fine,
invece di vederla indossare gli abiti demodè che soleva portare in Scozia;
anche lei aveva pagato per colpe che nessuno di loro aveva mai commesso.
<<Da
oggi in poi, possiederete tutto ciò di cui avrete bisogno. Tutti. Non subiremo
più i capricci della buona società londinese, e quando debutterai, sarai il
miglior partito d’Inghilterra. La nostra partecipazione alle serate mondane
sarà indice di buona riuscita della festa. Non accetteremo qualsiasi invito, ma
solo quelli provenienti dalle famiglie
più in vista>>.
Quello
era quanto si era ripromesso Alex quella sera. Nessuno di loro sarebbe stato
più guardato dall’alto in basso da chicchessia. E così era stato.
Non
appena la notizia che era divenuto in nuovo conte di Warwick si era diffusa,
erano cominciati ad arrivare gli inviti a balli e cene, a cui prontamente Alex
non aveva partecipato. Voleva che ovunque avesse deciso di recarsi, la sua
presenza fosse notata. Non sarebbe mai stato uno dei tanti.
La
sua partecipazione pertanto, divenne per la buona società sinonimo di successo
per i ricevimenti.
Quella
sera però, dopo tre mesi dacché era diventato conte, era stato costretto ad
accettare.
L’invito
proveniva da lady Catherine Pakenham Wellesley viscontessa di Wellington.
Sarebbe stato offensivo non presentarsi al gran ballo per la vigilia di Natale
e alla cena che ne sarebbe seguita. Solo pochi eletti erano stati invitati e
fra quelli c’erano lui e la sua famiglia.
Ciò
nonostante, non vedeva l’ora di tornare alla sua vita, ma non poteva visto che
era ospite nella casa di Wellington insieme alla sua famiglia fino al termine
delle celebrazioni natalizie, in altre parole fino all’Epifania. Poi, sarebbe
stato nuovamente libero.
Soffocando
uno sbadiglio s’incamminò verso una delle porte finestre che conducevano
all’aperto e, nonostante le rigide temperature esterne, preferì rimanere sulla
balconata che si affacciava sui giardini innevati anziché nell’affollata e
tediosa sala: qui le nobildonne non facevano altro che presentargli le giovani
figlie in cerca di marito, al loro debutto oppure, si trovava coinvolto, con
suo disappunto, in discussioni con gentiluomini che si fermavano a
chiacchierare con lui chiedendo il suo parere sull’andamento della guerra nella
penisola Iberica, argomento questo di cui per altro non capivano niente.
Guerra. Sempre e solo guerra.
Stava
appoggiato alla balaustra fissando i giardini, illuminati quasi a giorno,
quando un valletto in livrea blu e oro lo distolse dalle proprie elucubrazioni.
<<Vostra
Signoria. Vi prego di volermi scusare. Mi è stato affidato questo messaggio da
consegnarvi.>>
Prima che potesse chiedere chi glielo avesse
mandato, il valletto sparì ritornando in sala. Pertanto, non gli rimase che
aprire il biglietto e, avvicinandosi alla sala illuminata, ne lesse il
contenuto.
”Vostra
Signoria, perdonate il mio ardire, ma ho bisogno di incontrarvi privatamente per
discutere una questione con voi. C’è una piccola saletta, nascosta agli occhi
indiscreti, subito dopo la biblioteca di lord Wellington che, sono certa voi
troverete con facilità. Se è vostro desiderio, c’incontreremo sul balconcino.
Vi aspetto là tra quindici minuti. M.”
