LUCA IL MUSICISTA
Martedì 16 settembre
Era quasi l’una quando uscimmo dal casello autostradale. Il sole cercava di apparire sereno nel cielo che lo avvolgeva pronto ad inghiottirlo. Nel furgone aleggiava un’aria stagnante. Seduto sul sedile posteriore, mi chiedevo perché avessimo deciso di affrontare questo lungo viaggio con quel mezzo vecchio e scassato. Forse perché era l’unico che poteva contenere noi tutti; tutti i nostri bagagli, tutti gli scatoloni con dentro le copie del romanzo di Sam, la mia chitarra, ma soprattutto perché poteva affrontare diversi chilometri bevendo pochi litri di gasolio.
Distolsi lo sguardo dalla desolata strada di campagna che percorrevamo per osservare attentamente i miei compagni di viaggio: oltre a Manuel che guidava il furgone distratto come una foglia che cade nel mese di luglio, c’erano altri quattro passeggeri: Sam lo scrittore, Andrew l’attore, Mary l’attrice e infine Elio, l’anello di congiunzione tra tutti noi. Non eravamo proprio il “classico” gruppo di amici: ciò che ci univa era piuttosto la volontà di portare avanti un progetto. Quando avevamo deciso di organizzare la prima presentazione, circa un anno prima, non avrei mai pensato che questo spettacolo mi avrebbe portato a girare l’Italia. Giungendo fino in Abruzzo.
Tutto aveva avuto inizio da Sam. L’anno precedente aveva pubblicato un romanzo che sfiorava diversi temi, dalle storie d’amore ai sogni fugaci.
Il libro aveva incontrato un successo inaspettato per un ragazzo di appena ventiquattro anni. Sam iniziò a ricevere inviti da tutte le parti d’Italia per presentarlo, e così iniziò il nostro lungo viaggio. L’unico rammarico per me era quello di dover condividere tutto con lui, perciò i miei occhi non riuscivano a vederlo come l’artista brillante che in realtà meritava di essere.
Sam, Manuel ed Elio erano amici dai tempi della scuola. Elio aveva abitato per anni nello stesso quartiere di Andrew e anche tra loro c’era un forte legame, così consigliò caldamente a Sam di ingaggiare Andrew come attore per le presentazioni teatrali del libro, dato che questi studiava recitazione da anni. Anche Mary faceva parte della stessa compagnia teatrale e per un certo periodo i due erano stati fidanzati.
In un capitolo del libro, il protagonista subiva un doloroso incontro con la sua ex ragazza anni dopo averla abbandonata, e allora Sam - intenzionato a portare l’arte oltre la vita - fece convocare anche Mary per condividere con Andrew le scene tratte dal suo romanzo.
Andrew amava essere accompagnato dalla musica quando recitava, a Sam l’idea piacque e così mi chiamò per seguirlo in questa tournée.
Conoscevo Andrew da cinque anni circa. Diventammo amici durante un concorso organizzato dalla scuola di musica che frequentavamo entrambi, una sorta di saggio in cui ognuno di noi si esibiva davanti agli insegnanti titolari dei propri corsi. Io suonavo la chitarra per una mia compagna di classe appassionata di canto che arrivava sempre in ritardo sui miei accordi; Andrew cantava in un inglese imbarazzante ed incomprensibile canzoni per un gruppo che grugniva rumori lontani anni luce dai suoni dolci della musica: chi avesse ottenuto il maggior numero di voti avrebbe potuto incidere un demo completamente gratuito.
Ovviamente né io né il gruppo di Andrew arrivammo tra i vincitori.
Dopo le classificazioni mi si avvicinò con la sua faccia da bambino e la sigaretta invecchiata, dicendomi:
“A chi hai venduto l’anima per suonare così bene?”. Non risposi. Continuò:
“Era un modo per farti un complimento, se vieni alla lezione di lunedì sera alle otto potremmo provare insieme, sempre se ti va?”, così detto se ne andò.
Io gli risposi di sì, e dopo aver provato insieme qualche volta, gli imposi di cantare in italiano dei pezzi più ascoltabili.
Con il passare dei mesi scoprimmo una simbiotica armonia. Successivamente si unirono a noi due cugini di Andrew e disponemmo così di un ottimo basso e una più che sufficiente batteria.
Mi sembra ieri il giorno del nostro primo concerto. Era il dieci ottobre e suonavamo in un locale di Imola che fino ad allora non avevo mai frequentato. Ricordo che passai tutto il pomeriggio del concerto disteso sul letto della mia stanza, mentre fuori dalla finestra l’autunno già strappava agli alberi le foglie indebolite. Mi sembrava di non esistere quel giorno. Il corpo era inerme, solamente dal petto pulsava una tensione prorompente. Se il corpo era statico, la mente era in progressivo movimento; ripensava alle note da suonare, alle corde da fermare. Ogni accordo sembrava difficilissimo, temevo di non riuscire più a suonare una sola battuta.
Arrivammo al locale verso le nove. Si cominciava a suonare alle dieci e mezza, e in quel lasso di tempo dovevamo accordare gli strumenti, preparare il palco, e nel mio animo far crescere a dismisura la preoccupazione.
Ricordo che guardai l’orologio mentre segnava lampeggiando le 22:37, quando ci dissero il fatidico: “Si va in scena”.
Entrai per secondo dopo il batterista. Percorsi alcuni metri con il capo basso guardando i cavi che univano gli amplificatori e i neon, mentre l’occhio di bue illuminava simile ad un sole nascente il lato destro del mio corpo. Presi la chitarra, mi feci passare la cintura a tracolla, oltre le spalle, mentre continuavo a guardare sempre in basso. Sentii una voce proveniente dalle un punto imprecisato alle mie spalle, ripetere debolmente una assurda conta: “un, due, tre e quatt…” . Prima che finisse di pronunciare l’ultima cifra, la mia mano destra cadde come priva di vita sulle corde all’altezza della bocca della chitarra, mentre la sinistra si aggrappava più che poteva al manico, come se dovesse precipitare anch’essa. Gli occhi non avevano la forza di guardare di fronte a loro, cercare di individuare dei volti conosciuti nel buio della sala, ma ricordo che poi la musica si alzò lenta mescolandosi nel fumo che dal palco fuoriusciva. Ricordo che mi sembrava di essere su di una nuvola, come fossi vittima di un incantesimo.
Imboccammo una strada in salita che si incuneava sempre più stretta tra case di sasso bianco. La stessa poi, come una silfide, si arrotolava su se stessa, scendendo tornante dopo tornante verso il mare. Arrivammo lungo una strada che affiancava la costa, la quale ci condusse nel paese dove avremmo alloggiato. Appena entrati nel centro cittadino, Manuel accostò il furgone in un ampio spiazzo dove vi era una donna, che ci fece un cenno si saluto.
Scesero Sam, Elio e Manuel e mentre erano intenti a conversare con quella signora, Andrew si sporse dal finestrino urlando:
“Siamo arrivati?”.
Dopo che risalirono tutti sul furgone, Andrew richiese:
“Quanto manca?”
“Siamo arrivati!”, rispose seccato Manuel, accendendo il motore.
Proseguimmo per un altro chilometro, poi finalmente arrivammo al cancello dell’ hotel, da cui si vedeva l’imponente scritta Moonline Hotel.
L’hotel era al termine di una strada perpendicolare al lungomare. Oltre ai quattro piani di altezza e alle numerose stanze, l’edificio veniva dominato da una buona fetta di verde giardino che costeggiava su entrambi i lati il vialetto che conduceva all’ingresso.
Entrammo dalla porta a vetri centrale. Si respirava un odore deumidificato, simile a foglie di noce secche.
Nella hall vi era una ragazza rubiconda e sorridente che subito salutò Sam:
“Salve signor Dagla, siamo lieti di averla ospite del nostro albergo”.
Mentre la ragazza stava cercando le chiavi, giunse un uomo più anziano che strinse la mano a Sam e si presentò come il direttore.
“Mi rincresce signor Dagla, lei aveva prenotato quattro stanze tutte all’ultimo piano, due doppie e due singole, solamente che una delle due camere doppie ha avuto un problema ad una tubatura del bagno la notte scorsa. Se per lei non è un problema avrei libera una doppia al terzo piano”.
“La prendiamo noi così dobbiamo fare meno scale…”, intervenne Elio che si era messo a sedere su di un divanetto, esausto come se avesse fatto a piedi l’Ancona-Pescara.
“Per me va bene”, commentò laconico Sam.
Eravamo soliti dividere le stanze così: io e Andrew dormivamo insieme in una doppia. L’altra stanza doppia l’occupavano Elio e Manuel. Mary dato che era l’unica ragazza dormiva da sola ed anche Sam che, a quanto diceva, non era capace di dividere una stanza con nessuno, dormiva da solo.
La ragazza iniziò a menzionare i vari orari della colazione, della cena, e poi, su richiesta di Manuel, menzionò anche quelli della piscina, della palestra e del centro benessere. Così, dopo aver consegnato il documento di identità e aver firmato la registrazione, presi la chitarra e la valigia e insieme raggiungemmo le rispettive camere.
Entrammo tutti nell’ascensore tranne Sam che rimase nella hall.
“Adesso lo blocco”, disse con un sarcasmo superfluo Manuel, che scese con Elio al proprio piano.
Qualche metro più su, quando il display luminoso iniziò a lampeggiare di un rosso fuoco il numero quattro, la porta dell’ascensore si aprì e scendemmo io, Andrew e Mary.
La camera aveva una splendida vista sul mare; c’erano due letti singoli appoggiati alla parete di sinistra e una porta sulla parete destra da cui si accedeva al bagno. Di fronte a noi c’era il balcone, e subito io e Andrew ci spingemmo su di esso come fossimo sulla prua di una barca per scrutare l’infinito mare. Dopo poco Andrew mi disse che sarebbe andato a prendere il portatile di Elio per giocare a non so quale tipo di gioco. Io restai ad osservare quel panorama magistrale.
Subito sentii l’aria spinosa del mare grattarmi il volto, poi il mio sguardo raggiunse il punto d’unione dei due blu, quello cirròso del cielo e quello più temerario del mare. Da lì iniziai a ridurre la lenza del mio sguardo fino al parapetto del balcone.
Nel tragitto scorsi le onde bianche scontrarsi negli scogli incrostati di salsedine e il loro urlo di morte. Il loro scroscio sembrava salire il precipizio sino ad insinuarsi negli steli di grano non ancora mietuto. Accanto a quelle spighe bruciate dal sole c’era un campo arato, e in mezzo a quel terreno rivoltato c’erano come abbandonati degli ulivi argentei. Da un casolare rustico e scalcinato partiva una stradina fangosa che si congiungeva ad un grazioso vialetto. Da qui si accedeva al quartiere dal quale eravamo passati per giungere all’hotel. Infine, c’erano gli alberi del giardino del Moonline. Il mio sguardo si fermò quando raggiunse il vaso di gerani bloccato con delle molle al mantengo del balcone.
Decisi di restare ancora un poco ad osservare quello spettacolo. Sul balcone c’era una sedia di vimini. Mi sedetti.
Da bambino quando andavo al mare con la mia famiglia non soggiornavamo mai in hotel. Partivamo la mattina per raggiungere la riviera romagnola e la sera rientravamo a casa. Non capivo perché tanta gente frequentava quei luoghi balneari, dove il mare era sporco e torvo. Io adoravo immergermi nella profondità del mare per non udire più il rumore incessante del caos e ascoltare la voce delle maree.
Quel mare chiuso, però, era pieno di alghe che ti si appiccicavano addosso tirandoti la pelle. Quando ti immergevi, poi, il sale amaro misto alla sabbia ti chiudeva gli occhi, le conchiglie ti laceravano i piedi e si udiva solo il boato degli scafi del porto. Sembrava di dormire sprofondati in un incubo ovattato.
Ricordo che domandavo a mio padre per quale motivo non andavamo mai a fare una bella vacanza su una spiaggia immacolata, con un mare trasparente, in quelle località che si vedono nei documentari. Lui mi rispondeva che non ci si poteva permettere di spendere troppi soldi per sole due settimane, bisognava avere sempre il necessario per poter vivere dignitosamente. Diceva sempre che ad una stagione di grassa ne seguiva sempre una di magra, portava sempre l’esempio delle formiche che mettono da parte il cibo per l’inverno.
Oggi, a distanza di anni, devo ammettere che aveva ragione.
Mio padre era morto e non poteva più consigliarmi con i suoi proverbi ingialliti. Da quando ci aveva abbandonato, la casa di campagna era diventata vuota e decadente, e lo stesso si poteva dire del rapporto con mia madre. Lei forse sperava che avrei riportato agli antichi fasti il casolare acquistato da mio padre. Io, invece, avevo soltanto voglia di sentire la sua voce materna, quella comprensiva di quando da bambino mi consolava preparandomi una cioccolata calda, non quella voce austera che aveva assunto da quando era rimasta vedova .
Presi il telefono in mano, stavo per comporre il numero di telefono di casa, quando sentii le nocche chiuse di una mano battere sulla porta. Era Sam. Mi informò che avremmo provato solamente mercoledì e giovedì, eventualmente venerdì.
“Oggi abbiamo bisogno di riposarci un po’ tutti”, disse, e prendemmo appuntamento per le otto, per andare a cenare. Riprovai a prendere in mano il telefono ma decisi di non chiamare più mia madre. Non ero ancora pronto per aggiungere un’altra conversazione spiacevole alla nostra già lunga lista, soprattutto dopo l’ultima discussione che avevamo avuto poco prima che partissi.
Quando io e Andrew scendemmo nella hall erano già tutti lì che ci aspettavano.
Elio propose di andare a cena fuori, così camminammo per le vie del paese sino a quando domandò: “Questo va bene?”, indicando le vetrate di una pizzeria nel bel mezzo di una piazzetta con una fontana colorata. Tutti acconsentirono, solo Manuel come era solito rispose : “Per me è indifferente”.
Così entrammo in questo ristorante proprio sul viale del lungo mare.
La disposizione a tavola ormai era consolidata, simile ad una squadra invincibile che schiera sempre la stessa formazione. Andrew stava a capo tavola, con ai rispettivi fianchi da una parte io e dall’altra Elio. All’altro capo vi era Manuel con Sam a sinistra e Mary a destra.
Trascorse qualche minuto prima che qualcuno parlasse, perché eravamo tutti intenti a scrutare i menù. Fu Sam il primo a rompere il silenzio, informandoci degli appuntamenti che aveva. Organizzammo due prove certe e una “in forse”. Ci chiese poi di accompagnarlo in altri necessari appuntamenti che aveva fissato per promuovere il libro.
Io mi offrii di accompagnarlo in una scuola superiore giovedì mattina.
L’idea che mi convinse fu quella di poter incontrare delle ragazze che avrebbero potuto essere attratte dall’immagine del chitarrista e magari trovarne una che fosse stata interessata alla mia musica.
Dopo di che la conversazione fu totalmente dominata come al solito da Andrew, che ci confidò del suo imminente provino che il mese prossimo avrebbe dovuto affrontare per entrare all’accademia d’arte drammatica di Roma.
Fui incuriosito dalla sua sicurezza mischiata a baldanza.
“Sai Luca, quando una cosa te la senti dentro…e io sento che andrà bene…poi dopo quattro anni, quando uscirò dall’accademia sarò davvero arrivato. Ogni teatro mi vorrà a recitare”, mi rispose sicuro di sé.
Era bello vedere il barlume dei sogni di gloria nel bianco degli occhi di Andrew, anche se talvolta era capace di travisare in un modo superlativo i facili entusiasmi.
Quella sera la tavola era come spaccata in due; da una parte Andrew che raccontava le sue ambizioni come fossero degli yo-yò con cui giocare, dall’altra vi erano Manuel, Sam e Mary che parlavano di non so quale argomento.
Sicuramente dagli sguardi di sfida di Andrew, si poteva capire che Mary era molto divertita dalle battute di Manuel. Fra Andrew e Manuel non c’era mai stata molto simpatia, e trascorrere parecchio tempo insieme avrebbe facilmente corroso i già tenui rapporti.
I due si diedero il primo affronto quando Manuel iniziò a disquisire dell’esistenza dell’anima. A quel punto, Andrew laico com’era, ne approfittò per dire la sua. Anche Elio era convinto che l’anima non esistesse. Non volli prendere le difese di Manuel, dissi solamente che credevo all’esistenza dell’anima e che l’avevo sempre immaginata come un fiocco di nebbia sospeso in mezzo al petto. Credo infatti in Dio Creatore, anche se lo immagino come un ricco presidente che, dopo aver fatto un gigantesco palazzetto dello sport, osserva inerme dall’alto della sua poltrona VIP i tifosi che si scannano tra loro, gli arbitri insultati e derisi, gli atleti che si svendono al miglior offerente.
La conversazione fu portata a termine da Sam, come era solito fare. Adorava dire l’ultima battuta in modo che dopo che avesse parlato lui nessuno avrebbe avuto più il coraggio di ribattere. Sam chiese un foglio alla cameriera e stilò un contratto con Elio, che gli vendette l’anima per cinque euro. Poi disse:
“Posso tranquillamente perdere la mia anima, tanto ne ho una di riserva”, e in questo modo stemperò la serietà dell‘argomento.
Terminata la cena senza ulteriori schermaglie, rientrammo tutti in hotel sfiniti per il lungo viaggio.
Mercoledì 17 settembre
Dopo aver fatto un’abbondante colazione, andammo nella sala congressi dell’albergo dove avremmo tenuto le prime prove di quest’ultimo spettacolo.
Erano circa le dieci e trenta quando entrai nel posto che avevamo scelto come sala prove. C’era già Elio che parlava con Andrew, il quale era intento a fumare una sigaretta appoggiato al davanzale della finestra aperta.
“Aspettiamo solo Manuel?”, chiesi ad Andrew
“No, aspettavamo solo te… Manuel non fa niente. Non capisco a cosa serva. Non capisco neppure perché sia in questa tournée”
“Vabbè non dire così!”, lo bloccò Elio prima di posizionarsi davanti al suo portatile ma non appena fu un po’ distante, Andrew mi sogghignò:
“Manuel vende solo i libri, chiunque può farlo…e poi non è degno di respirare neppure l’aria che scoreggio”. Da quegli insulti si poteva già intravedere che tipo di rapporto si sarebbe creato fra i due.
Andrew fu fermato nel suo turpiloquio su Manuel da Sam che ci disse di cominciare.
Ci accomodammo davanti alla platea vuota della sala, ed estrassi la mia chitarra dalla fodera, simile ad un cacciatore che estrae il fucile.
“Ancora un momento e finisco”, esclamò Elio mentre stava collegando ancora due fili elettrici ad un telo bianco per riprodurre le diapositive.
“Allora…” - prese la parola Sam - “…saltiamo la parte in cui io spiego il libro…”
“Perché?”, gli domandò Andrew malevolo.
“Perché non ho preparato ancora nulla questa volta”, rispose Sam.
“Beh, fai un collage dei vecchi discorsi come le altre volte…”, gli rispedì Andrew.
“Questa volta voglio dire qualcosa di diverso….. iniziamo a leggere la prima parte. Tu Elio vai con le immagini del paese che si avvicina e la strada che scorre poco a poco. Luca …” - rivolgendosi a me - “… vai con una musica di ritorno a casa”.
Così, non appena la voce di Andrew si alzò leggiadra a pronunciare i primi paragrafi del romanzo di Sam, io iniziai a dondolare la mia mano sulle corde RE-DO-LA-LA | MI-DO-RE-DO-DO-----. Poi la voce di Andrew si aggrovigliò intorno a troppe consonanti aperte.
“Dai, che non è la prima volta che lo leggi…!”, commentò Elio.
Riprendemmo e mentre Andrew leggeva il secondo capitolo, io colpii male un mi che risuonò sordo e tonfo come il campanello del gong negli incontri di box.
Dopo varie interruzioni, per nessuna delle quali Sam aveva pronunciato un solo commento, raggiungemmo il momento in cui Andrew interpretava la parte del protagonista che ritrovava la sua ex fidanzata dopo anni che non la vedeva. Qui entrava in scena Mary trascinata da un mi minore.
Andrew interpretò la parte come un divo di Hollywood, suggellando quella scena con uno sguardo intenso verso Mary, cosa che solo il pubblico più accorto avrebbe potuto notare la sera dello spettacolo.
Mary, invece, sembrava solo una ragazza che aveva studiato recitazione e che viveva la propria interpretazione come fosse un test. Solamente la sua bellezza pulita compensava quel silenzio artistico e l’immobilità espressiva.
Infine, dopo che vi era stato l’atteso confronto tra i due ex fidanzati, Andrew leggeva una parte del libro in cui si sentiva uno stereo suonare una canzone e lì io riproducevo un pezzo che avevo scritto diversi anni prima, con tre accordi che si mescolavano raggiungendo toni molto tristi e alti, con un ritorno basso e cupo fino a spegnersi come una quiete che si allontana.
Mi ricordo di aver composto quella musica dopo che diagnosticarono il tumore al cervello a mio padre. Era l’undici di maggio. Si era recato all’ospedale di Bologna perché non riusciva più a muovere la gamba sinistra e accusava un forte indolenzimento al braccio sinistro, come fosse di piombo. Lo tennero ricoverato due settimane sino a quando non ci comunicarono il verdetto. Mia madre iniziò a disperarsi da subito e ad ammantarsi di un velo di tristezza che potesse palesare al mondo la sua infelicità.
Ricordo che quando mio padre tornò a casa dall’ospedale mi chiamò nella sua stanza e mi fece un discorso, uno di quei discorsi che rimangono per sempre nella vita di una persona:
“ Sai Luca…quest’anno faremo fatica a metterci il cappotto”. Sapevo che voleva dire che difficilmente sarebbe sopravvissuto fino all’arrivo dell’inverno.
“Il tempo mi è scivolato via. Mi dispiace di non vedert…vederti cresc…di non vederti crescere…”. La sua voce tremava per il magone che saliva dalla gola agli occhi, rendendoli bagnati.
“Però guarda, mi fa male il cuore dalla gioia di avere un figlio straordinario. Spero che la tua vita sia piena di luce e di fortuna. Mi sarebbe piaciuto vedere che uomo eccezionale saresti diventato.
Quante cose avrei voluto…avrei voluto fare…dovevo venire più spesso a vederti giocare a tennis da bambino…”. Poi osservò dalla finestra chiusa il campo che fioriva, come aveva fatto per quarant’anni quando aveva le forze per coltivarlo.
“Sai Luca, dicono che nel secondo in cui il tuo cuore smette di battere, tu rivedi tutta la tua vita davanti agli occhi. In quel secondo si custodiscono tutte le esperienze, le sensazioni, i luoghi e i profumi della vita. Per cui tutta la vita che vivi è un secondo. Non fare come me. Tenta di rendere quel secondo più intenso che mai!”.
Da quando mi disse quella frase ho sempre tentato di vivere al massimo ogni istante, come un profumiere estrae la quintessenza dei fiori. In quell’indimenticabile giorno mio padre mi promise che sarebbe venuto a vedermi al concerto che avrei fatto in ottobre a Imola: mi offrii di suonargli la canzone che avevo scritto da poco, la stessa che eseguivamo alla fine dello spettacolo.
Suonai in un angolo della camera matrimoniale in cui mio padre era disteso a letto la malinconica canzone. Sembrava che rivedesse nelle mie note la sua vita che finiva. Nascose così, dietro un cuscino le lacrime d’avorio che scendevano dai suoi occhi queruli.
Vidi mio padre finire come una maestosa quercia perde le foglie. Soffrii vedendo le foglie cadere e i rami perdere forza. Un tempo mi rifugiavo fra le sue braccia robuste, poi quella quercia vide l’inverno arrivare, proprio mentre io mi affacciavo alla vita come un uomo. Però da un certo punto di vista ero soddisfatto di aver potuto cronometrare l’ultimo addio di mio padre. Sono certo che ora non potrei vivere se non gli avessi saputo dire: “Papà ti voglio bene”. Certo vederlo spegnersi come una candela nella notte fa passare in secondo piano i ricordi belli di una vita, quelli in cui tuo padre è il muro più sicuro a cui appoggiarsi per non cadere, sostituendoli con un uomo caduco e fievole, che non riesce neppure ad alzarsi da letto. Ma se si fosse spento all’improvviso, avrei vissuto la mia vita con un rimorso difficile da soffocare.
Mia madre, invece, era sempre più affranta da quel destino maligno che Dio le aveva riservato, certo, perdere il compagno di una vita è la tragedia più grande che possa capitare, ma lei non capiva che la mia voglia di vivere era un omaggio alla memoria di mio padre e non un capriccio egoistico…lei forse voleva che anch’io perdessi per sempre la felicità.
Dopo circa due ore di prove uscimmo da quella sala. Elio ed io andammo subito alla spiaggia e pranzammo in un chiosco simile ad una capanna di legno. Elio, come me, si era accorto dell’asprezza che si stava creando tra Andrew e Manuel. Manifestava chiaramente le sue incertezze per i giorni che dovevamo ancora trascorrere lì. Per Elio era come trovarsi in mezzo ad una guerra in cui parteggiava per entrambi gli schieramenti. Fondamentalmente io ero amico solo di Andrew, Manuel lo avevo conosciuto solo in occasione di queste collaborazioni con Sam.
Sia io che Elio convenimmo sull’attrazione di Manuel per Mary e sulla gelosia di Andrew verso quest’ultima. Poi, constatai che nonostante condividessi con Elio quest’esperienza offertaci da Sam, in realtà non ci conoscevamo a fondo. Sapevo che aveva abbandonato la facoltà di giurisprudenza da poco o che era intenzionato a farlo, ma Elio non sapeva che io avrei iniziato a studiare per la specializzazione di ingegneria. Quando gli chiesi quali fossero i suoi progetti dopo la fine di questa tournée mi rispose beffardo:
“Io voglio fare sesso con una donna di ogni regione di Italia”.
A quel punto gli chiesi quante regioni gli mancassero, e lui iniziò ad elencare:
“Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia…”.
Elio sembrava un piccolo scoiattolo sopra una mastodontica sequoia che restava immobile, indeciso su quale ramo arrampicarsi. Non sapevo neppure come immaginarlo a distanza di dieci anni. In fondo, anche per me il futuro era un grosso punto interrogativo, ma sapevo che dovevo avere delle attitudini in più campi.
La musica era sempre stata per me uno scrigno in cui custodire i desideri più ambiti e i ricordi più preziosi, ma sapevo bene che intraprendere la carriera da musicista era più difficile che scalare l’Everest senza ossigeno portatile.
L’ingegneria non era nobile e bella come la musica, ma poteva darti modo di saperti muovere in un mondo di imprenditori senza scrupoli. Seguivo il consiglio di mio padre. Il “secondo” della vita devi riuscire a renderlo più pieno e intenso che mai. Per cui seguivo la passione da un lato, ma dall’altro sapevo che la ragione mi spingeva a cercare un mestiere sicuro e il più redditizio possibile. Inoltre, tante altre cose mi attiravano, come il tennis, viaggiare per paesi sconosciuti, scoprire il Canada e l’Australia, conoscere le erbe e i fiori del pianeta, saper miscelare le essenze e gli unguenti, l’astrologia…. Dovevo riuscire a far mie tutte queste esperienze prima dell’arrivo di quell’inevitabile “secondo”.
Mangiammo e scherzammo per un po’, poi, quando il sole fu un poco più clemente, andammo in spiaggia, dove Manuel e Mary erano distesi al sole come lucertole su di un piancito. La spiaggia era piccola, ma la sabbia era morbida come farina e il mare era talmente trasparente che vi si poteva scomparire dentro.
Queste erano le spiagge che avevo sempre sognato. Un mare in cui perdersi dentro e poi uscirne rinfrancato. Sabbie dove potevi stare sdraiato comodo come fossi su di un giaciglio. Solo verso sera quando il sole già tende ad ammorbarsi verso tonalità più rosse rientrammo in hotel.
Entrai nella mia stanza, ben attento a non poggiare lo zaino con il fondo insabbiato, sulla moquette.
“Siete tornati finalmente!”, mi disse Andrew senza fissarmi, perché intento a spezzare un ciottolo di hashish in piccoli frammenti con un accendino a gas.
“ Si stava bene in spiaggia… com’è andata l’intervista?”, gli chiesi, mentre estraevo l’accappatoio dalla valigia.
“Due maroni! Poi la giornalista era una latrina!”
“Inguardabile?”
“Era grassa e vecchia; proprio una latrina!”, mi rispose cercando di accartocciare con una cartina quegli strati di fumo che teneva come fossero caldarroste da seccare.
Mi ricordava mio padre, quando intagliava i castagni in autunno davanti al camino. Mi sembra di rivedere il suo volto rude dipinto di rosso dal riverbero del fuoco. Nella mia famiglia c’erano diverse tradizioni che avevano un notevole riscontro: il tredici di dicembre si doveva assolutamente mangiare il certosino, a carnevale le sfrappole e io e mio padre, ogni San Martino mangiavamo le castagne degustando il Sangiovese d’annata.
Mio padre morì il nove novembre di qualche anno fa e da allora tutte le tradizioni così saldamente rispettate furono gettate in un abisso.
Era uno di quei pomeriggi da trascorrere accanto al camino bevendo del vino caldo; invece, dovevo osservare le dita ossute e rattrappite dei muratori che spalmavano il cemento per chiudere il loculo in cui mio padre restava senza ribellarsi.
“Vai pure tu a fare la doccia, io l’ ho già fatta. Poi ti dovrai togliere un po’ di sabbia…”, mi disse Andrew distogliendomi appena dalla mia memoria.
Entrai nel box doccia leggermente intorpidito, dalla timida aria fresca della sera. Era fresca, ma non ancora così audace da imporre l’uso dei termosifoni.
Mentre l’acqua scendeva sulla mia pelle simile ad una pioggia sulfurea, pensai alle strane forme che sceglie il dolore per manifestarsi. Sembra uno di quegli esseri mitologici che hanno il potere di trasformarsi in ciò che vuole. Ti entra dentro senza che tu possa accorgertene e quando te ne sei accorto è già troppo tardi. Simile alle invasioni barbariche al tempo dell’impero romano. Una volta che l’hai in corpo non servono né lacrime e né bestemmie per farlo uscire. Ricordo di aver letto un poeta, credo Caproni, che immaginava la morte come un piccolo scarafaggio che si può schiacciare con due dita. A me sarebbe piaciuto, invece, che il dolore fosse una zanzara molesta da poter scacciare via. Nel caso in cui non ti accorgi di averla sulle spalle, quando ti sta per pungere, arriva un amico che la vede, ti dice: “Non ti muovere”, e con un colpo la scaccia via.
Dopo il funerale di mio padre, io mi ritirai tra le sei corde della mia chitarra. Era singolare vedere come le mie dita, mentre stringevano il plettro facendo evaporare la musica nella mia stanza, creassero le immagini di mio padre più nitide di un flash di una fotocamera digitale.
Era lì, con i capelli grigi, che partiva cantando alla volta dei vigneti pronti per essere potati. Ogni qual volta che tiravo le corde della mia chitarra lo vedevo apparire ai piedi del letto. La mia mente sapeva che non l’avrei più visto, ma la figura di mio padre era lì con la faccia bruciata dal sole sotto il cappello di vimini. Oppure curvo, senza sudare, a zappare sull’ettaro di terra scuro. La sua pelle era abituata a restare ore sotto il calore del sole a faticare incessantemente, non poteva permettersi di sudare. I figli della città, che non sono soliti soffermarsi sotto l’ardore dell’estate di campagna, grondano sudore restando distesi su degli sdrai. Mio padre no. Lui era nato nel sole e abituato a lavorare ai ritmi delle stagioni.
L’unico modo che avevo io per estrarre dalla mia mente quella manciata di ricordi che avevo di mio padre era quello di far arpeggiare la mia chitarra. Ovviamente mia madre non lo poteva vedere apparire seduto sul mio letto…
Entrava nella mia stanza dicendo: “Smettila di suonare, c’è da tagliare il prato! Smettila di suonare, c’è da andare a pagare l’ICI! Smettila di suonare, c’è da diradare i kiwi!!! Smettila di suonare c’è da lavorare!!…”.
Lei sempre aggrottata e con il broncio, pensava che giocassi con la chitarra anziché piangere per la morte di mio padre. Nella sua limitata comprensione non vedeva che ogni accordo era una lacrima che si sentiva e non si vedeva.
La musica era l’unica cosa che mi salvava dalla disperazione per la perdita dell’unica persona che mi aveva veramente voluto bene al mondo.
Mia madre voleva che io gettasi la mia gioventù dalla finestra come si scrollano le briciole di pane dalla tovaglia dopo cena.
Lei voleva che divenissi l’uomo che aveva perduto, ma io non potevo permettere che mio padre restasse intrappolato dietro a quella buia lapide. Dovevo farlo rivivere con le mie note.
Ed è per questo motivo che ho seguito Sam e Andrew in questo viaggio. Era l’occasione che aspettavo per suonare la mia chitarra nelle città del mondo e negli angoli del tempo, con mio padre sempre accanto.
Girai il volto sotto il getto dell’acqua calda per lavare via dagli occhi l’acredine nei confronti di mia madre. Uscii dal bagno e vidi che la notte era scesa ad avvolgere Andrew che stava parlando al telefonino sul balcone. Mentre udivo la sua voce melliflua, che parlava sicuramente con una ragazza, cercavo i miei indumenti dispersi chissà dove in questa stanza diventata un disordine. Nel frattempo che m’infilavo i jeans neri e la camicia bianca e tra gli “agri” e i “geniale” che Andrew diffondeva alla sua compagna di chiacchierata, pensai a quello sguardo ostile che poteva avere mia madre cenando da sola. Chissà che cosa immaginava che potesse fare della propria vita il suo unico figlio. Lei era sempre stata diffidente e lontana dalle mie aspirazioni da musicista. Forse sperava che un giorno sarei ritornato mesto con le mie illusioni defunte e povero in canna.
Dopo aver alternato l’udito ai commenti del giornalista del TG delle 20.00 e i “ma questo è geniale…”., oppure: “mi fai precipitare nell’agra tristezza…” di Andrew ancora al telefono, decisi di scendere per andare a cena.
Imboccai il lungo corridoio del quarto piano fino alla porta dell’ascensore. Appena entrato sentii Andrew urlare:
“aspettami”.
Nella hall ad aspettarci c’era solo Mary, seduta in un salottino a leggere una rivista. Aspettammo per alcuni minuti Manuel ed Elio che erano sempre in ritardo. Sam aveva annunciato che avrebbe cenato con la ragazza del circolo culturale. In quei pochi istanti mi sentivo come tra il fuoco e la cenere. Tra Andrew e Mary si era creato quel timido muro d’imbarazzo che s’instaura tra due persone che hanno condiviso tutto: tutta l’intimità fino a giungere a mescolare i propri corpi.
Ora come due professionisti recitavano la scena della loro complicata vita in pubblico, sotto i miei tenui accordi.
Dopo cena andò nel locale sulla spiaggia in cui avevamo pranzato io ed Elio. Arrivammo prima delle 23.00, così sia Andrew sia Elio poterono usufruire dell’happy-hour: immediatamente, infatti, si dileguarono nella folla che rincorreva il bar. Io, Manuel e Mary ci sedemmo in tavolino lasciato libero.
“Questo locale festeggia la fine dell’estate, ma qui sembra ancora un agosto delle nostre parti”.
“E già…”, risposi all’osservazione di Mary.
Ordinammo e bevemmo dei moijto, lasciai poi, la compagnia di Manuel e Mary per inviare un SMS a mia madre. A notte fonda ero sicuro che non mi avrebbe risposto e l’indomani con la luce del giorno avrebbe potuto leggerlo con più calma. Mentre estraevo il cellulare dalla tasca dei pantaloni, una ragazza mi urtò facendomi cadere il telefono in terra.
“Scusami”, disse con una voce biascicata.
“Non fa niente”, le risposi.
La ragazza era mora con i capelli lisci e occhi azzurri. Era brilla e l’amica che l’accompagnava era anche più ubriaca di lei. Quest’ultima, infatti, si era seduta su una staccionata lì vicino, e alternava risa immotivate a musi perpetui.
“Mi dispiace, come posso farmi perdonare?”, mi disse la ragazza mora.
“Lascia stare”, risposi timidamente.
“Ti posso offrire da bere?”
“No, ti ringrazio”
“Ti ripago il telefono!”
“Non ti preoccupare”.
Nel frattanto che quella ragazza in modo arzillo stava cercando di farsi perdonare, arrivò Sam che mi salutò. Gli indicai dove fossero Manuel e Mary, poi gli presentai la ragazza ubriaca che avevo di fronte. Prima di andare al tavolo mi confidò che era stanco e sarebbe rientrato in hotel. Mentre ci congedammo da quella simpatica ragazza, Sam le disse:
“Sai Katia, noi sabato andiamo in scena con uno spettacolo nel teatro Manzoni di Chieti, alle 21.00. Vieni a vederci? Luca è un grandissimo chitarrista! Dillo anche alla tua amica” – sentito ciò, l’occhio della ragazza brillò ancora di più oltre all’ebbrezza alcolica ed io mi sentii fiero di essere un musicista in tournée. Per un attimo appena, mi sentii davvero un importante maestro.
Sam si congiunse con Manuel, Elio e Mary che aveva un viso sconvolto e furente.
“Dov’è Andrew ?”, le domandai.
“Sulla spiaggia!”, rispose arcigna.
“Vado a riprenderlo io” - si offrì Elio – “voi andate pure, noi vi raggiungiamo dopo”.
Così detto, salimmo sul furgone parcheggiato vicino al locale e rientrammo in hotel.
Una volta entrato in camera poggiai il telefono rotto sul comodino, mi tolsi gli indumenti e m’infilai sotto le coperte contento d’essere lì. Non aspettai il rientro di Andrew e mi abbandonai in un sonno profondo.
Giovedì 18 settembre
Mi svegliai la mattina alle otto e mezzo e come prima cosa vidi Andrew dormire agitato e disturbato nel suo letto.
Mi vestii in fretta, dato che quella mattina io e Sam dovevamo andare a tenere un discorso in una scuola media superiore.
Lasciammo il furgone nel parcheggio dietro l’imponente fabbricato del liceo, dove vi erano motorini incatenati alle ringhiere della scuola e graffiti disegnati sui muri.
Girammo l’angolo a piedi e si presentò davanti a noi una lunga scalinata, composta da gradini di un bianco sbiadito, che facevano una mezza luna dinanzi al portone d’ingresso dell’edificio. Si udivano le urla e il fracasso tipico di centinaia di studenti durante il quarto d’ora d’intervallo dalle lezioni. Poi non appena sentimmo la campanella suonare la ripresa dell’orario didattico, decidemmo di entrare.
Appena entrati, sconfinammo in una grossa sala alla destra della quale vi erano gli uffici e la portineria. Il marmo bianco del pavimento e il verde ceruleo delle pareti conferivano un senso di magnificenza a quell’istituto, dando l’idea dell’impegno nello studio, della difficoltà e del sacrificio necessari per raggiungere il diploma. Mi tornarono alla mente i miei anni all’istituto tecnico… mi sembrarono passati dei secoli, e non mi riconoscevo più negli studenti che sgattaiolavano in classe prima dell’arrivo del prof.
Sam comunicò ad una bidella il motivo della nostra presenza lì. Fummo accompagnati lungo una scala sempre di chiaro marmo virginale che sfociava a destra in un corridoio di piastrelle di ceramica rossa, simile ad un mosaico monocromatico.
